CONDIVIDI
(Pier Marco Tacca/Getty Images)

Morte di Sergio Marchionne: frasi celebri e filosofia del manager italiano che ha contribuito alla rinascita di Fiat e del capitalismo nostrano.

La morte di Sergio Marchionne, il manager italiano ex amministratore delegato di FCA, che era ricoverato nel reparto di terapia intensiva di una clinica svizzera da qualche giorno per un male incurabile, di fatto chiude un’epoca. Impossibile infatti non legare la più recente storia non solo della Fiat, ma dell’intero capitalismo nostrano, alla sua figura. In queste ore, ne prendono atto tutti, anche chi lo ha contrastato duramente negli anni passati, come la Fiom-Cgil che lo definisce “avversario di valore”.

Leggi anche –> Morto Sergio Marchionne: le reazioni alla scomparsa del manager di FCA

Frasi celebri di Sergio Marchionne, morto oggi

Ma hanno segnato un’epoca anche i suoi maglioni, che sostituivano il doppiopetto, e le sue frasi celebri. Diceva Sergio Marchionne: “In tutta sincerità non riesco a vedere un mio futuro dopo la Fiat. Non è la prima azienda che ho risanato, ma è senza dubbio quella che credo mi stia permettendo di esercitare tutte le mie capacità. Temo di non avere dentro di me l’energia per un altro ciclo di questa intensità”. E poi tutta una serie di aforismi: “Il carisma non è tutto. Come la bellezza nelle donne: alla lunga non basta”.

Diceva ancora Sergio Marchionne: “I leader, i grandi leader, sono persone che hanno una capacità fenomenale di disegnare e ridisegnare relazioni di collaborazione creativa all’interno del loro team”. Questo è probabilmente quello che è riuscito a fare il manager abruzzese all’interno delle aziende per cui ha lavorato, l’ultima in ordine di tempo Fiat, che ha preso in un momento difficile, riuscendo – anche a costo di fare grossi sacrifici – a risanare e poi rilanciare.

Leggi anche –> Morte Sergio Marchionne: l’ultimo sogno del manager italiano

La filosofia di Sergio Marchionne: dalla Fiat alle sue radici

Rispetto a quella situazione in Fiat, Sergio Marchionne raccontava: “Ho cercato di organizzare il caos, ho visitato la baracca, i settori, le fabbriche. Ho scelto un gruppo di leader e ho cercato con loro di ribaltare gli obiettivi per il 2007. Allora non pensavo di poter arrivare al livello dei migliori concorrenti, mi sarei accontentato della metà classifica. Nessuno ci credeva, pensavano che avessi fumato qualcosa di strano. Oggi posso dire che non mi ha mai sfiorato la tentazione di rinunciare, piuttosto il pensiero che forse non avrei dovuto accettare. Ma era la Fiat, era un’istituzione del paese in cui sono cresciuto”.

E poi c’è la filosofia Marchionne: “La leadership non è anarchia, in una grande azienda chi comanda è solo. La ‘collective guilt’, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo”, una delle sue affermazioni. Oppure: “Il diritto a guidare l’azienda è un privilegio e come tale è concesso soltanto a coloro che hanno dimostrato o dimostrano il potenziale a essere leader e che producono risultati concreti di prestazioni di business”. Il manager formatosi in Canada si sentiva italiano, anzi era molto legato all’Abruzzo, sua terra d’origine: “L’Abruzzo è la mia terra. Sono nato qui, a Chieti. Qui ho fatto i miei primi otto anni di scuola. E forse, se non fossi emigrato in Canada con la mia famiglia all’età di quattordici anni, avrei frequentato anche questa università. Sono dovuti passare quarant’anni e altre due nazioni, la Francia e la Svizzera, prima che la vita mi riportasse in Italia”