Treno deragliato a Lodi, inquietante collegamento con l’epidemia di Coronavirus

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C’è un collegamento inquietante tra il treno Frecciarossa deragliato a Lodi e la diffusione enorme del Coronavirus proprio in quella zona. I soccorritori per esempio non avevano un numero adeguato di mascherine.

Coronavirus

Lo scorso 6 febbraio è deragliato un treno Freciarossa a Ospedaletto Lodigiano, in provincia di Lodi. Due vittime, i macchinisti, e circa 30 feriti complessivi. All’arrivo dei reparti di pronto intervento di carabinieri, finanzieri e poliziotti, il personale è entrato in contatto con i colleghi incaricati dell’inchiesta, i vari curiosi, i rappresentati istituzionali. Pochi giorni dopo, a breve distanza, quella diventerà la prima “zona rossa” italiana del Coronavirus. Tra gli 8 e i 12 giorni successivi, si accusano i primi malati.

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I sintomi presentati sono sempre gli stessi: dolori muscolari, febbre alta sopra i 39, gola secca, fatica a deglutire, tosse. Gli indebolimenti sono stati catalogati come influenza di stagione. Quei carabinieri, finanzieri e poliziotti hanno continuato a dormire e mangiare in caserma insieme agli altri, e appena si riprendono tornano sui mezzi. Fino a quando, il 23 febbraio, si inizia a garantire la sorveglianza ai confini di quella “zona rossa” nel Lodigiano. E il personale è nuovamente a contatto col virus. In questo periodo la consapevolezza della pericolosità del Covid-19 era ancora bassa, si mantenevano i contatti con la popolazione incuranti dei rischi. “Le mascherine erano poche, pochissime. Con leggerezza ce le scambiavamo: chi smontava dal turno le consegnava al contatto dopo di lui“, questa la rivelazione di un carabiniere. Tra questi anche gli uomini che sono stati impiegati nell’ordine pubblico della partita di Champions League, giocata tra Atalanta e Valencia: considerata dai medici una ‘bomba biologica‘.

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“Non ci si è accorti subito del pericolo pandemia”

Da Roma è mancata una decisione ‘regia‘. Oggi i reparti dei finanziari sono a casa, malati o in quarantena; ci sono interi comandi provinciali chiusi. Con carabinieri e poliziotti in isolamento, colpiti dalla pandemia. Una volta cessata la febbre ci si chiede: bisogna riprendere il servizio come niente fosse? Con quali garanzie per se stessi e per i colleghi?

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