Una giornata in Antartide: l’incredibile gita al Polo Sud mai vista prima

Un volo nel bianco assoluto, un respiro più corto del previsto, il sole che non tramonta mai: una giornata al limite del mondo, dove il silenzio diventa bussola e ogni gesto fa rumore. Non un sogno eroico, ma un incontro semplice e vertiginoso con l’essenziale.

Come andare e cosa fare al Polo Sud
Una giornata in Antartide: l’incredibile gita al Polo Sud mai vista prima – viagginews.com

L’arrivo avviene su un altopiano di luce. La neve scricchiola come vetro. La distanza si mette a fuoco: orizzonte piatto, cielo secco, assenza totale di profumi. L’aria punge. A circa 2.835 metri di quota, il corpo chiede pazienza. Qui il cuore impara presto a contare.

Viaggio e logistica essenziale per un viaggio al Polo Sud

La partenza è da Punta Arenas, con scalo a Union Glacier, poi un piccolo aereo conduce nelle vicinanze del Polo Sud. I gruppi sono ridotti, i tempi compressi, le finestre meteo mobili. I costi cambiano spesso e citarli senza dati stabili ha poco senso. È indispensabile un equipaggiamento a strati, occhiali con filtro elevato e pelle sempre coperta: la radiazione UV è intensa. L’aria è così secca che si beve anche senza percepire sete.

Durante l’estate australe, la temperatura al Polo oscilla tra i -25 e i -30 °C. Sul plateau il vento può sembrare gentile, ma i flussi katabatici che scendono dal continente raggiungono raffiche importanti, soprattutto vicino alla costa. Il terreno non perdona distrazioni: si procede lentamente, imparando a leggere il ghiaccio.

Emergono intanto alcune verità essenziali e sorprendenti. L’Antartide è il più grande deserto polare del pianeta: circa 14 milioni di km², con il 98% della superficie coperto da calotta. Conserva quasi il 70% dell’acqua dolce terrestre sotto forma di ghiaccio. E no, al Polo Sud non vivono pinguini imperatore: restano lungo le coste. Qui la vita è soprattutto microscopica, fatta di organismi estremi invisibili a uno sguardo distratto.

Per buona parte della giornata, il senso dell’esperienza sembra coincidere con l’idea di arrivare. Poi compare un paletto colorato: il segno del Polo geografico. Si scopre che non è fisso. Il ghiaccio sotto i piedi scorre come un fiume lentissimo, circa dieci metri l’anno. Ogni stagione il marcatore viene riposizionato. È qui che si concentra il significato più profondo: la consapevolezza che anche ciò che appare immobile, in realtà, si muove.

Perché il Polo Sud è il laboratorio del pianeta

La Stazione Amundsen–Scott è un avamposto scientifico permanente. Nelle vicinanze opera IceCube, un osservatorio unico al mondo: sensori immersi in un chilometro cubo di ghiaccio intercettano i neutrini che attraversano la Terra. Poco distante, il South Pole Telescope, un’antenna da 10 metri, studia la radiazione cosmica di fondo. Qui il cielo è stabile, l’aria purissima, la luce costante per mesi. Il sole di mezzanotte compie un giro lento: un’alba che dura un anno intero.

Anche la sicurezza è scienza applicata. I percorsi vengono segnati, le crepe monitorate, il meteo controllato di continuo. Le cold injuries fanno parte del lessico quotidiano. Le mani imparano il ritmo dei guanti, il viso quello delle maschere. Ogni pausa ha una funzione precisa.

Poi c’è il suono. Un fruscio basso, la neve asciutta sotto gli scarponi, il respiro che rimbalza nel passamontagna. In quel contesto emerge una consapevolezza netta: la spedizione più complessa è quella interiore. Una domanda semplice prende forma, inevitabile: quanto spazio viene davvero lasciato al silenzio, in una vita che sembra aver dimenticato come ascoltarlo?

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