Scopri l’emozionante viaggio al Polo Sud, tra ghiaccio e temperature estreme. Un’avventura tra corde, altitudine e crepacci nascosti. Esperienza unica nell’Antartide, il continente più elevato.
Una distesa bianca che non finisce mai, un cielo che sembra un tetto di vetro e il suono dei passi sul ghiaccio che scandisce il tempo: ecco com’era quella giornata al Polo Sud, quando la linea dell’orizzonte non offriva appigli e proprio per questo invitava a camminare.

Atterro su Union Glacier con un aereo con sci. Il campo è una parentesi blu nel bianco. Qui l’aria punge. La temperatura tocca i -25 °C anche d’estate. L’ora non conta: la luce non tramonta. Il team controlla le corde, gli imbraghi, i GPS. Un briefing chiaro: rispetto per l’ambiente, zero rifiuti sul suolo, linee guida del Protocollo di Madrid. Nessuna deroga.
Il trasferimento verso l’altopiano centrale è breve e intenso. L’altitudine cresce. Il plateau antartico si apre, piano e severo. Qui l’ossigeno pesa: il Polo Sud sta a circa 2.835 metri, ma il corpo lo sente più in alto per aria secca e pressione inferiore. Dato utile: l’Antartide è il continente più elevato, con media attorno ai 2.500 metri. Lo ricordi quando il fiato accorcia.
La luce pulisce i contorni. Il vento arriva dal nulla. Sono venti catabatici: cadono dai domi di ghiaccio, accelerano e ti tagliano la faccia. Oggi soffiano moderati, forse 40–50 km/h. In certi giorni superano gli 80. Sotto i ramponi il rumore cambia. Suono sordo? Potrebbero esserci crepacci nascosti. La guida allunga la corda. Si va in fila, distanze fisse, niente passi azzardati.
Dati che danno scala: lo spessore medio del ghiaccio qui supera 1.900 metri; la calotta copre circa 14 milioni di km². Questi numeri non sono scenografia: spiegano perché il luogo trattiene freddo e luce, perché il silenzio ha massa.
A chi se lo chiede: no, non ho visto pinguini imperatore qui. Stanno lungo la costa e sul pack marino; l’interno è troppo ostile. Se qualcuno afferma il contrario, chiedo prove. Le storie meritano verifica.
Cuore bianco: il momento che non scordi
A metà giornata il cielo schiarisce fino al cristallo. Appare la sagoma bassa della stazione Amundsen‑Scott. Una rotta tracciata nel nulla. Il corpo è caldo, le dita bruciano nella pausa. Penso al paradosso: cammini ore dentro un deserto e la mente, invece, si riempie.
Non guardo subito il segno del punto. Entro prima nella base di ricerca. Un corridoio metallico, macchine che respirano, cartelli asciutti. Qui raccolgono dati sul clima, atmosfere pulite, ghiacci antichi. In estate la popolazione sale; in inverno restano in pochi. Quando esco, giro finalmente verso il palo con le bandiere. È il marker geografico, aggiornato ogni anno perché il ghiaccio scorre. Lo raggiungi e senti un clic interno. Non trionfo. Consapevolezza.
Misuro il freddo: oggi siamo attorno a -29 °C. In inverno qui si va molto sotto i -60. La soglia di -40 °C è comune. Il respiro fa cristalli sulla sciarpa. Tocco la sfera metallica. Non c’è eco. C’è un suono corto, come di vetro. La mente, per un attimo, tace.
La sera non arriva, ma la luce gira. Se sei fortunato, d’inverno, puoi vedere l’aurora australe. Io ho visto solo un velo grigio-verde in lontananza; non posso garantirne la frequenza. È uno di quei regali che non pretendi.
Ripartiamo lasciando solo impronte leggere. Ogni oggetto rientra. Nessun segno. Questa è la regola e anche un sollievo.
Penso a cosa portare via, oltre alle foto. Forse questo: in un mondo rumoroso, esiste ancora un luogo che parla piano. Se un giorno ci tornerai, cosa cercherai nel bianco: un confine da raggiungere o uno spazio dove ascoltare?





