“Non sono al sicuro”: dimessa nonostante la richiesta d’aiuto, si suicida

Brooke si è suicidata a 16 anni, tre giorni prima l’adolescente aveva chiesto ai medici di poter rimanere in ospedale per timore di sé stessa.

Il tabloid britannico ‘Mirror‘ racconta la storia di Brooke Firth, una ragazza di 16 anni che nel 2017 si è tolta la vita. Si tratta di un racconto che mostra quanto sia difficile il mondo di un’adolescente e quanto sia importante prestare loro ascolto, specie quando attraversano un periodo di forte depressione e dicono chiaramente di temere per la loro incolumità. La giovane, infatti, aveva richiesto un ricovero per via dei costanti e opprimenti istinti suicidi che provava dall’età di 10 anni.

I medici dell’ospedale Pinderfield di Wakefield l’hanno tenuta sotto osservazione per qualche tempo, ma poi hanno deciso di dimetterla nonostante non vi fosse esigenza di liberare un letto per altri pazienti. La dimissione è avvenuta nonostante la giovane Brooke avesse chiesto loro per ben tre volte di poter rimanere in struttura perché temeva che una volta giunta a casa si sarebbe suicidata.

L’adolescente era combattuta, da un lato voleva continuare a vivere, dall’altro il malessere che la tormentava ormai da 6 anni la spingeva a ritenere maggiormente conveniente un suicidio. Il disturbo depressivo di cui soffriva è stato sottovalutato e solamente 3 giorni dopo le dimissioni dall’ospedale è stata trovata priva di vita dal figlio di un vicino.

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Adolescente si suicida, la mamma e la nonna accusano l’ospedale che l’ha dimessa

A distanza di oltre tre anni da quella tragedia, mamma Michelle e nonna Rosemarie ritengono ancora che la colpa di quanto accaduto sia da attribuire ai medici e all’ospedale. Al tabloid le due donne spiegano: “Pensiamo si sentisse inutile e che non ne valesse la pena. E’ stata completamente abbandonata, l’hanno dimessa anche se aveva chiesto di essere tenuta al sicuro. Ha chiesto per tre volte di essere tenuta al sicuro così che non potesse farsi del male. Il suo suicidio era preventivabile e poteva essere evitato”.

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Le due donne cercano in seguito di spiegare la complessa situazione che stava vivendo l’adolescente: “Brooke non si voleva uccidere, ma quando le venivano le mestruazioni non riusciva a fronteggiarle“. La madre spiega in seguito che sua figlia era stata una bambina molto felice finché non le sono venute le mestruazioni, all’età di 10 anni. Sin dalla prima volta ha cambiato radicalmente umore e attitudine alla vita, e quando aveva il suo periodo cominciava a sentirsi inappropriata, qualsiasi cosa la riguardasse, dall’aspetto fisico alla capacità scolastiche non le piaceva.

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Michelle ritiene che questo senso di inadeguatezza possa essere nato quando il padre ha abbandonato la famiglia. L’uomo se n’è andato quando Brooke aveva 8 anni e probabilmente questo trauma si è manifestato in questa forma quando ha avuto la consapevolezza che la fuga del padre era definitiva. Per 6 anni la donna si è tenuta in contatto con degli psicologi con l’aiuto dei quali ha cercato di offrire alla figlia tutto il supporto possibile. Si è resa conto che questo non bastava quando l’adolescente ha provato a suicidarsi a 15 anni.