Covid-19, la testimonianza del medico: “Ecco perché decidemmo chi salvare”

Uno dei medici che ha redatto le linee guida nel periodo di maggiore diffusione del Covid-19 ha spiegato al ‘Corriere’ cosa li ha spinti a scegliere chi salvare.

Il 6 marzo scorso la diffusione del Coronavirus, specie in Lombardia, sembrava incontrastabile. I medici e gli infermieri erano stati travolti da uno tsunami di pazienti con condizioni di salute critiche e la tensione nei reparti continuava a salire. Il numero era così elevato che non c’erano posti letto sufficienti nelle terapie intensive ed anche i ventilatori del reparto pre intensivo cominciavano a scarseggiare. Solo tre giorni dopo il governo avrebbe annunciato il primo decreto nazionale sulle norme da seguire per evitare la diffusione del contagio.

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I medici, però, erano già in subbuglio e alla Siaarti (la Società italiana di anestesia e rianimazione) si comprende che è necessario prendere una decisione drastica. Il principio secondo cui bisogna curare tutti e viene data precedenza al primo arrivato non è più valido, bisogna scegliere di curare chi ha più speranze di sopravvivere. Questa drammatica decisione viene condivisa agli ospedali in un documento scritto che contiene 15 regole per gestire l’emergenza Coronavirus. Quando questo documento emerge scoppia un caso nazionale, con giornali che titolano “Documento segreto per decidere chi salvare”.

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Medico spiega la necessità delle linee guida sul Covid-19

A distanza di quasi tre mesi da quel drammatico 6 marzo, uno dei medici che ha redatto le linee guida per anestesisti e medici spiega che il documento non era affatto segreto e che quelle decisioni sono state necessarie e fondamentali per superare la fase più acuta della crisi sanitaria. Intervistato dal ‘Corriere‘, Alberto Giannini (medico pediatra a Brescia) rivela che anche i colleghi si sono ribellati a quelle disposizioni: “C’era chi si stracciava le vesti. Ricordo telefonate molto tese, anche di colleghi. ‘Cosa state facendo?’, mi dicevano. Si sollevò anche l’Ordine dei Medici, invocando il giuramento d’Ippocrate. ‘È nostro obbligo curare tutti’, diceva il presidente. Come fossimo stati tanti Erode”.

Lui con lo strazio nel cuore rispondeva a tutti: “in alcuni ospedali le ambulanze non riuscivano più nemmeno ad entrare. Che avevamo 10, 30, 60 pazienti che arrivavano tutti insieme con difficoltà respiratorie; ma pochissimi ventilatori. E a loro dicevo: diteci allora, a chi dobbiamo darli? La verità è che non avevano la più pallida idea di quello che stesse succedendo”. A distanza di tempo può essere sicuro che quella scelta sia stata corretta, ma si rammarica del fatto di non averla spiegata bene per evitare fraintendimenti.

In molti hanno interpretato quella decisione come una discriminazione legata all’età, ma così ovviamente non era: “Il problema non è l’età anagrafica in sé, ma ciò che dal punto di vista biologico l’età rappresenta”, spiega il medico: “Qui parliamo di una malattia multi-sistemica, il Covid, che con il passare dei giorni ha dimostrato tutta la sua gravità. Con pazienti pronati in terapia intensiva anche per 18 ore di fila. Se si intuba il paziente che è in condizioni peggiori, attribuendogli così l’unica risorsa salvavita, il rischio è lasciare senza chi magari ha più chance di salvarsi. In definitiva, il rischio è avere 2 morti, anziché un morto e un guarito”.