Un aeroporto all’alba, trolley che scorrono, volti stropicciati ma curiosi. È l’immagine che riassume un anno in cui il mondo ha riallacciato i fili del movimento e, strada facendo, ha cambiato il nostro modo di viaggiare.
A volte il segnale non arriva dai grandi annunci. Arriva dai dettagli. Il barista che testa il turno di notte per reggere il flusso. La guida che sposta i tour all’alba per evitare la calca. Il tassista che nota più valigie piccole e zaini tecnici. Il viaggio è tornato bisogno e piacere insieme. Famiglie, lavoratori in remoto, studenti, nonni. Tutti in cerca di un altrove gestibile, sicuro, un poco sorprendente.

Ci sono fattori concreti. Le compagnie hanno ripristinato capacità e rotte. Molti Paesi hanno semplificato gli e-visa e gli ingressi con varchi biometrici. Le valute hanno inciso: un yen debole ha spinto il Giappone, un dollaro forte ha moltiplicato la platea di americani in Europa. Le città hanno diversificato l’offerta. Esperienze brevi, itinerari “secondari”, treni veloci. La destagionalizzazione non è più slogan ma pratica: musei aperti più a lungo, festival in mesi “freddi”, promozioni mirate.
C’è poi un cambio nel modo di stare in viaggio. Più workation, meno fretta. Si allunga la permanenza media in alcune mete naturali, si accorciano i city break. Crescono i voli a lungo raggio con scalo intelligente, che trasformano l’attesa in micro-visite. E si pianifica con strumenti più precisi: mappe crowd-free, prenotazioni a fasce orarie, carte turistiche dinamiche.
Ed eccoci al cuore. Secondo i consuntivi preliminari, il 2025 ha segnato un record storico: oltre 1,5 miliardi di arrivi nel turismo internazionale. Il dato è in fase di consolidamento e può variare con le revisioni statistiche, ma supera il picco del 2019. Non è solo quantità. È una geografia che cambia.
L’Europa ha ritrovato volume e si è spalancata verso luoghi meno battuti, dall’entroterra iberico alle città medie italiane. Il Medio Oriente ha guidato la crescita con offerte integrate e hub efficienti. L’Asia-Pacifico ha colmato il ritardo di riapertura e presenta flussi più equilibrati, con mercati interni vivaci e rientro progressivo dei viaggi outbound. L’Africa intercetta nuove rotte e safari più responsabili; l’America Latina consolida corridoi regionali e mete culturali fuori dai soliti circuiti.
Impatti e nodi aperti
La spesa turistica è cresciuta e, in molte economie, ha superato i livelli pre-pandemia. Gli esercizi hanno investito in personale e digitale. Ma i nodi non mancano. L’overtourism resta tema vivo. Alcune città testano ticket d’ingresso giornalieri, limiti alle crociere, prenotazioni per siti fragili. Non ci sono soluzioni magiche, solo un mosaico di regole e incentivi. Funzionano i pass scaglionati, il riequilibrio verso parchi e borghi, la promozione di esperienze autentiche con operatori locali certificati.
Sul campo, lo si vede. A febbraio, a Matera, un caffè piccolo come un salotto ha iniziato a tenere aperto fino alle 22 per accogliere viaggiatori nordici in cerca di luce e pane caldo. Sulle Alpi, i binari serali si riempiono di zaini invece che di valigie. Sono segnali di un viaggiare più attento, che sceglie orari morbidi e passi corti.
Le tecnologie aiutano. I controlli biometrici tagliano i tempi, ma la qualità dell’accoglienza resta umana. Serve formazione. Servono misure per la sostenibilità: acqua, rifiuti, trasporti integrati, tutela dei residenti. E serve una narrazione meno ansiogena, più onesta sui limiti delle destinazioni.
Il numero impressiona, sì. Ma il senso sta altrove: che cosa ci spinge a partire quando tutto sembra già visto? Forse una strada laterale non mappata, un museo vuoto alle tre del pomeriggio, un odore di pane in una piazza sconosciuta. Se il mondo ha contato più di un miliardo e mezzo di viaggiatori, quale rotta silenziosa scegliamo domani per farci sorprendere senza lasciare tracce pesanti?





