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Studente di 9 anni crea un videogioco per “sconfiggere” il Coronavirus

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:37
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Uno studente di 9 anni costretto a casa dall’emergenza sanitaria, ha deciso di creare un videogioco per lottare virtualmente contro il Coronavirus.

Ci avviciniamo ai due mesi di reclusione in casa a causa del Coronavirus. Molti di noi cominciano a sviluppare una forte insofferenza per le restrizioni, ma la situazione non è semplice e bisogna farsi forza l’un l’altro. Tra i più insofferenti sono sicuramente i bambini, abituati a sfogare le loro inesauribili energie fuori di casa tra scuola, palestra e gioco con gli amici. Ma se alcuni potrebbero aver sofferto a lungo per la quarantena, c’è chi invece ha trovato sfogo nell’elaborazione creativa.

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Questo è sicuramente il caso di uno studente milanese di appena 9 anni. Il bimbo ha deciso di sfruttare il tempo a casa per coltivare la sua passione per il gaming e la programmazione. A scuola, infatti, gli avevano fornito i rudimenti del coding e messo a disposizione il programma di programmazione scolastico ‘Scratch‘. Appassionato da sempre di programmazione, il bimbo, Lupo Daturi, ha deciso di provare a creare un videogioco da condividere sulla piattaforma irlandese no profit ‘Coder Dojo‘.

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Studente di 9 anni crea un videogioco per “sconfiggere” il coronavirus

L’idea del piccolo Lupo era quella di creare un videogioco multiplayer sparatutto. Il setting era lo spazio ed inizialmente gli utenti dovevano sfidarsi con delle navicelle spaziali. Insomma uno shooter bidimensionale a scorrimento laterale sullo stile di ‘Resogun’ (e di tanti altri). Il progetto è rimasto simile nella dinamica ma è mutato nella forma, visto che lo studente ha deciso di lasciarsi ispirare dalla situazione attuale e proporre un gioco in cui si combatte il ‘Covid-19’.

Il videogioco si chiama ‘Cerba-20 vs Covid-19‘ ed i videogiocatori interpretano il comandante di una navicella che va a combattere contro il virus nelle profondità dello spazio. Il gioco può essere affrontato sia in single che in multi. Il nome della navicella Lupo lo ha preso in prestito all’azienda per cui lavora il padre che lavora per evitare la diffusione del virus.