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Mascherine anche in casa, il virologo: “In ospedale interi nuclei familiari”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:16
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Il virologo Crisanti ritiene che si dovrebbero indossare le mascherine anche in casa: proprio l’ambiente domestico infatti può generare focolai.

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FOTO Getty Images

Il virologo Crisanti, lo stesso che ha suggerito i test a tappeto in Veneto, ha da poco concluso uno studio con il matematico Neil Ferguson dell’Imperial College di Londra, lo stesso che ha convinto Boris Johnson ad applicare misure altamente restrittive. Lo studio si è basato sull’esame del caso di Vo’ Euganeo, uno dei primi focolai d’Italia e luogo del primo decesso dovuto al Coronavirus. Nello studio emerge che gli ambienti casalinghi possono essere la prima fonte di diffusione del contagio.

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Spesso, infatti, coloro che hanno contratto il virus non se ne accorgono prima di diversi giorni ed involontariamente contagiano anche le persone che stanno con lui in casa. Per evitare ciò, spiega al ‘Corriere‘ Crisanti, bisogna: “Sarà meglio usare mascherina e guanti anche in casa. E, soprattutto, limitare all’indispensabile l’utilizzo degli ambienti domestici condivisi. Mi rendo conto del sacrificio ma i risultati del nostro studio sulle probabilità di essere infettati dimostrano chiaramente l’assoluta efficacia della restrizione”.

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Mascherine in casa e positivi in isolamento in albergo

Una simile misura potrebbe sembrare superflua dopo settimane di quarantena in casa, ma il virologo spiega: “In ospedale arrivano a grappoli, interi nuclei familiari. Questo significa che se non si sta attenti le nostre case possono trasformarsi in tanti piccoli focolai di contagio”.  La soluzione al rischio di contrarre l’infezione anche in casa per Crisanti è un’azione più decisa, tamponi a tappeto su tutta la popolazione e separazione dalle famiglie dei positivi.

La separazione non potrebbe essere fatta attraverso il ricovero di chi ha sintomi lievi, ma il virologo ha pensato ad una soluzione: “Sarebbe utile andare nelle abitazioni a fare i tamponi quantomeno a tutte le persone che hanno accusato sintomi non gravi. Controllare poi i familiari e chi è entrato in contatto con i soggetti contagiati. Non solo. Sarebbe molto utile trasferire tutti i positivi in strutture ad hoc…Penso per esempio agli hotel rimasti vuoti”.

Per quanto riguarda invece i risultati e dunque il ritorno alle attività lavorative, il virologo spiega che non si può attendere che il rischio contagio sia 0, poiché un minimo rischio continuerà ad esserci. La riapertura dell’Italia dovrà però essere fatta in maniera graduale e a partire da singole regioni: “Riaprirei prima le aree dove il rischio di trasmissione del virus è più basso, tipo Sardegna, province come Cagliari, Oristano. E terrei per ultima la Lombardia, Bergamo in particolare”.