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Gilet gialli, chi sono e cosa vogliono i rivoluzionari francesi

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Il primo atto dei Gilet Gialli risale allo scorso novembre, quando si verificò una manifestazione a Porte Maillot, nella Capitale. L’azione dei rivoluzionari, da allora, è andata avanti a fasi alterne ma continue. Ma chi sono davvero i gilet gialli?

La rivolta dei Gilet Gialli – la “petit révolution”, come è stata definita – da mesi ormai mette a ferro e fuoco la Francia creando disordine e scompiglio specie nella Capitale, oltre a mettere in dubbio l’autorevolezza e il ruolo del Presidente Emmanuel Macron. A far scoppiare la bomba è stata la decisione di quest’ultimo di aumentare le accise sull’oro nero. La «transizione ecologica», uno degli obiettivi fissati in campagna elettorale, prevedeva infatti l’attuazione di alcune politiche verdi, per finanziare le quali era stata indetta una serie di aumenti annuali delle tasse sul carburante.

L’azione dei Gilet mira non solo a reagire all’azione di Governo di Macron, ma anche a farlo fuori, completamente. Estrometterlo non solo dal suo ruolo politico – impedendone qualsiasi futura vittoria – ma screditarlo nel profondo, nella sua persona, rovesciandone l’immagine all’ “opinion publique“, – è lei che vota alla elezioni – per metterne in crisi l’autorevolezza, la fermezza, la sua immagine socialmente accettata ma che ora perde colpi. E se il suo declino sembra essere annunciato, in vista delle Europee, da una parte il Movimento dei Gilet prosegue. A muoverlo, una serie di richieste.

Chi sono i gilet gialli?

Il movimento dei gilet gialli – mouvements des gilets jaunes, in francese – è un movimento di protesta nato in modo spontaneo sui social network, a maggio del 2018, in seguito alla decisione di Macron di aumentare i prezzi del carburante. Tra i motivi principali della rivolta, anche l’elevato costo della vita a danno delle classi lavoratrici e medie, obbligate a sostenere le riforme fiscali dei Governi. Il simbolo è un giubbotto giallo catarifrangente – da cui ha origine il nome – e il movimento si è caratterizzato, fin dal primo atto pratico, a novembre scorso, da numerose azioni violente come blocchi stradali, scontri con la polizia, vandalismo, devastazione di proprietà private e beni pubblici. L’azione rivoluzionaria si è evoluto a colpi di round, quasi ogni sabato: l’ultima, in ordine di tempo, quella del Primo Maggio 2019, durante il corteo dei sindacati per la Festa dei lavoratori.

Nello specifico, la mobilitazione è nata da una raccolta di firme su internet e si è poi trasformata in un movimento di piazza: la battaglia originaria contro il caro benzina ha allargato il suo raggio d’azione, passando a rivendicazioni più generali, scritte in una liste pubblicata dal movimento stesso. In primis, l’aumento del reddito minimo a 1300 euro netti, il ritorno al pensionamento a 60 anni e l’abbandono della ritenuta d’acconto. Obiettivo, ridurre la povertà attraverso un vantaggio progressivo sulle imposte e favorire i piccoli commerci delle città più piccole e del centro città per le metropoli, attraverso una riduzione delle tasse da versare. Ma i gilet propongono anche un piano per migliorare l’economia domestica dell’energia per salvaguardare l’ambiente; un sistema di pensioni sociali; stop all’aumento delle tasse sul carburante.

Quanto al lavoro: limitare il numero di contratti a tempo determinato per le grandi aziende; fine della politica di austerità; fine del rimborso degli interessi sul debito dichiarato illegittimo. C’è poi la questione migrazione: alloggio, sicurezza, cibo e istruzione per i richiedenti asilo; apertura dei campi di accoglienza; incrementare una vera e propria politica di integrazione. Bisogna poi limitare la disoccupazione e il costo degli affitti. 

Ma le richieste continuano: divieto di vendere la proprietà statali; miglioramento del sistema giudiziario; utilizzare il denaro guadagnato dai pedaggi autostradali per la sicurezza stradale; fine della privatizzazione. Ma i gilet chiedono anche che ci sia un massimo di 25 studenti per classe nella scuola materna, più risorse per la psichiatria, ritorno a un termine di 7 anni per il Presidente della Repubblica e fine delle indennità presidenziali a vita.

Chiara Feleppa