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Ritrovare se stessi in un monastero buddhista in Giappone o in India: ecco dove andare.

Anno dopo anno, aumentano le richieste di vacanze all’insegna del relax e della meditazione. Lo stress di ogni giorno ci induce quasi a cercare il silenzio e la pace che non troviamo invece a lavoro o a casa. Così ecco che l’idea di trascorrere le nostre vacanze in un monastero buddhista non ci sembra folle, anzi. Molto interessante.

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Vacanze in un monastero buddhista, cosa si fa

La vita in un monastero buddhista è piuttosto semplice, ma difficile allo stesso tempo. Ci si sveglia presto, insieme al sorgere del sole e si inizia a pregare. Se decidete di soggiornare nei shukubo, ossia le foresterie che i monaci buddhisti mettono a disposizione dei visitatori, sappiate che la vostra vita sarà strettamente legata a quella dei monaci.

Giappone o India: dove andare in un monastero buddhista

In Giappone la zona più ricca di monasteri buddisti è il monte Koya, a sud di Osaka. Qui si trova un complesso di circa 117 monasteri fondato nell’816 d.C., di questi, 55 offrono ospitalità ai turisti che decidono di trascorrere qui una vacanza. Già soltanto la natura e il paesaggio in cui sono immersi solitamente i monasteri buddisti ispira pace e relax, ancora di più in questa particolarissima zona del Giappone.

In realtà, per ritrovare voi stessi, potreste anche non andare in Giappone, ma fare una vacanza in monastero buddista più vicino a casa. L’importante, per ritrovare se stessi, è infatti la motivazione per cui si intraprende questo percorso.

Un luogo sicuramente sacro, dove potreste pensare di andare a meditare o ritrovare voi stessi è il cosiddetto Albero della Bodhi, un antico fico, considerato sacro perchè pare che proprio qui sotto, Siddharha Gautama, il maestro fondatore del Buddhismo, conosciuto poi come Buddha, raggiunse l’illuminazione. Questo albero è collocato nei pressi del Tempio di Mahabodhi circa a 100 chilomtri da Patna nello stato indiano di Bibar. Pare che qui, Buddha, meditando, raggiunse il nirvana. Il fico, sacro a induisti, gianisti e buddhisti, è chiamato Ashwattha nel Tripitaka. La parola Ashwattha viene dalla radice sanscrita shwa che significa domani e tha che significa “quel che resta”. Secondo quanto si legge su diverse fonti, il filosofo hindu Shankaracharya spiega che questo nome significherebbe: “quel che non resta uguale domani”, come l’universo stesso.

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S.Marvaldi