Emergenza coronavirus Brasile: è il paese più colpito del Sudamerica

Emergenza coronavirus Brasile: è guerra di sopravvivenza tra pandemia e criminalità

Coronavirus Brasile
La spiaggia di Ipanema deserta – Getty Images

L’epidemia di polmonite virale causata dal nuovo coronavirus diffusasi in tutto il mondo, sta crescendo esponenzialmente anche nei paesi del Sudamerica.

Attualmente il paese sudamericano più colpito dal Covid-19 è il Brasile. Ad oggi, 14 aprile 2020, nel paese in questione sono stati segnalati 22318 casi, con 1230 morti e 173 guariti. Queste cifre vengono pubblicate quotidianamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Il Brasile si colloca al 14° posto tra i Paesi con il maggior numero di persone infette. L’elenco dei primi dieci è composto dai seguenti paesi: Stati Uniti 560532, Spagna 168522, Italia 157397, Francia 133670, Germania 128607, Regno Unito 85206, Cina 84317, Iran 71686, Turchia 56956, Belgio 29647.

Il Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, dopo aver più volte ripetuto che si trattava solo di una semplice influenza, ha finalmente riconosciuto che si tratta della “sfida maggiore” per il Paese.

Coronavirus Brasile: il centro di rio è deserto
Centro di Rio de Janeiro deserto – Getty Images

Il governatore di San Paolo, principale focolaio dell’epidemia, ha imposto il lockdown già dal 24 marzo. Il governo regionale ha inoltre decretato che la quarantena durerà fino al 22 aprile, lasciando aperte solo le attività commerciali essenziali.

A Rio de Janeiro, che si posiziona subito dopo San Paolo per il numero di contagi, le autorità hanno imposto una serie di restrizioni al transito e alle operazioni commerciali. Non è infatti possibile sdraiarsi in spiaggia, fare surf o sostare a lungo sul lungomare.

Coronavirus Brasile: allarme favelas

Gli effetti del coronavirus sulle favelas del paese potrebbero essere a dir poco devastanti.
Gli abitanti delle comunità stanno infatti dovendo fronteggiare da soli l’epidemia di Covid-19.

Gli abitanti delle favelas, che rappresentano il 6% della popolazione totale dell’intero paese, vivono in condizioni in cui è praticamente impossibile rispettare il distanziamento sociale. Altre regole base per combattere il virus, come ad esempio il lavarsi spesso le mani, sono azioni a cui difficilmente un residente della favela può accedere, in quanto nella stessa favela l’acqua corrente può mancare per diversi giorni.

In tutto il Brasile sono circa 13 milioni le persone che vivono nelle favelas distribuite per tutto il paese. La maggior parte di esse vivono in condizioni estremamente disagiate.
Tra i lavori più diffusi tra gli abitanti delle favelas troviamo i portinai, i calzolai, i venditori ambulanti di cibo e bibite, gli operai e gli impiegati domestici. La maggior parte di queste persone guadagnano pochi spiccioli al mese e se si assentano a lavoro un giorno il guadagno è pari a zero.

Attualmente, a causa della quarantena, nessuno di loro ha la possibilità di andare a lavoro. E chi non ha neanche la possibilità di comprare del cibo è disposto a commettere atti estremi.

In Brasile è guerra di sopravvivenza tra pandemia e criminalità

Coronavirus Brasile: la situazione nelle favelas
Favela Santa Marta – Lucia Schettino

Dunque, una delle paure più grandi di Bolsonaro arriva dalle 6.300 favelas presenti sul territorio.
Nelle principali città brasiliane, infatti, la violenza e la criminalità sono già aumentate di gran lunga, eppure il virus è arrivato da poco nel paese.

In aumento i negozi saccheggiati e le persone rapinate. I saccheggiatori si appostano per rapinare chi esce di casa per andare a fare la spesa.
Anche diversi ostelli e hotel delle città principali sono già stati saccheggiati da chi non ha neanche i soldi per mangiare perché abbandonati da un Governo invisibile.

Per le forze dell’ordine diventa sempre più difficile gestire la violenza delle città semivuote immerse nel silenzio. Se già prima della pandemia, in Brasile, ogni 17 secondi c’era un delitto, oggi potrebbe scatenarsi un vero e proprio scenario di guerra di fronte ad un esplosione di criminalità dovuta alla disperazione degli abitanti delle favelas da sempre abbandonati a se stessi.

Per tutte queste ragioni, quanto detto dal Presidente Bolsonaro, che ha definito «un’influenzina» o «un raffreddorino» un’epidemia come quella del coronavirus, ha causato scalpore in tutto il mondo.

Il giornale britannico “The economist”, ha infatti attaccato molto duramente il Presidente Bolsonaro paragonandolo a Nerone: «Bolsonaro come Nerone, se la ride mentre il Brasile brucia».

Coronavirus Brasile: l’emergenza non ha ancora raggiunto il picco di infezioni

Coronavirus Brasile
Impiegati dell’aeroporto di San Paolo – Ap News

Nonostante l’elevato numero di casi e l’incredibile incremento della criminalità, purtroppo il Brasile si trova soltanto nella fase iniziale dell’espansione del nuovo coronavirus.

Secondo quanto riportato dal quotidiano brasiliano “Folha de S.Paulo”, il ministero valuta che il Brasile è ancora in una fase iniziale dell’epidemia. Il picco di infezioni virali in territorio brasiliano è infatti previsto tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.

Venerdì scorso, il recente aumento dell’occupazione dei letti d’ospedale ha portato il Ministero della Salute ad avviare una distribuzione di 60 respiratori in tre capitali: Fortaleza, Manaus e Macapá.

La situazione a Manaus è già descritta dai membri del governo come prossima al collasso.
Di fronte al rischio, il Ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta, sabato scorso ha dichiarato che il governo intende installare un ospedale da campo in città.

Suddetto ospedale da campo dovrebbe essere il secondo del paese. Un primo ospedale è in costruzione ad Águas Lindas, a 57 km da Brasília.

Mandetta, tuttavia, non ha voluto dare una scadenza per la costruzione dell’ospedale a Manaus. L’apertura del primo ospedale in costruzione, invece, è prevista tra due settimane.

Secondo il Ministero, ciascuno degli ospedali dovrebbe avere 200 letti che possono essere adattati per unità di trattamento semi-intensive, con tubazioni e supporto per i respiratori.

 

Dalla nostra inviata in Brasile Lucia Schettino