L’infettivologo Massimo Galli: “Riaprire il 14 aprile? Impensabile”

L’esperto Massimo Galli dice “assolutamente no” all’ipotesi di riaprire le attività principali ferme a causa del Coronavirus dopo il 14 aprile. Ecco perché. 

La riapertura delle aziende ferme a causa del Coronavirus dal 14 aprile? “E’ un’idea che non mi convince assolutamente. Non possiamo pensare di riaprire subito, anche per molti e giustificati motivi”. Così Massimo Galli, primario del reparto Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, intervenendo a “L’aria che tira” su La7 a proposito della decisione di molte aziende lombarde di riprendere le attività produttive subito dopo Pasqua.

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La tabella di marcia secondo Massimo Galli

Il noto infettivologo spiega che condicio sine qua non per una riapertura è la certa disponibilità dei dispositivi di protezione, mascherine in primis. “Quante mascherine ci occorreranno per riaprire le aziende? – domanda Massimo Galli -. Molti imprenditori potrebbero riaprire le loro attività solo se i dipendenti saranno debitamente protetti, altrimenti no, perché rischiamo di rinfocolare di nuovo l’epidemia. L’Oms, in maniera assai ipocrita, ha dichiarato che le mascherine non sono poi così immediatamente necessarie. Ma lo ha detto perché ha ben chiaro un concetto: in tanti Paesi di mascherine non hanno neanche l’ombra, né la possibilità di approvvigionarsene. Quando, allora, si invita i cittadini a mettersi la mascherina, si dovrebbe essere in grado di fornire le mascherine ai cittadini”.

L’esperto denuncia poi un altro problema, ovvero quello della penuria dei tamponi: “Sta diventando una questione francamente grottesca: gli ospedali sono stati capaci di moltiplicare i posti in terapia intensiva e i letti negli ospedali, anche in condizioni difficilissime, però mi domando come mai non si è stati capaci di investire nella moltiplicazione necessaria delle linee della diagnostica, che in questo momento, per poter ricominciare, sono fondamentali”.

“Si è sbagliato sin da subito, facendo di necessità virtù, perché non c’era la potenzialità di fare più test – prosegue Galli –. E quindi i tamponi sono stati fatti solo alle persone coi sintomi più importanti. Il risultato è che abbiamo il più alto tasso di letalità del mondo, perché il nostro denominatore è fatto tutto da malati. Manca invece tutta la parte dei positivi asintomatici che sono chiusi in casa senza sapere di essere eventualmente infettati”. In conclusione, secondo Galli “questi accidenti di test rapidi avranno mille problemi, ma sono veramente la risorsa a cui possiamo appellarci per avere uno screening di massa reale. Sulla base dell’esito, poi, si faranno i tamponi”.

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EDS