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Marcello Pittella, presidente della Regione Basilicata, è agli arresti domiciliari. Le accuse sono di falso e abuso d’ufficio

Un’indagine durata circa un anno e mezzo e che ha portato agli arresti domiciliari Marcello Pittella, presidente della regione Basilicata. Per lui le accuse sono di falso e abuso d’ufficio. L’inchiesta riguarda alcuni episodi di manipolazioni di concorsi e raccomandazioni nel sistema sanitario. Tutto è nato da un esposto di un dipendente di una ditta fornitrice di servizi che non aveva ricevuto la sua quota di Tfr. Secondo il Gip di Matera Angela Rosa Nettis “Pittella non si limita ad espletare la funzione istituzionale formulando gli atti di indirizzo politico per il miglioramento e l’efficienza” della sanità regionale, “ma influenza anche le scelte gestionali” delle Asl “interfacciandosi direttamente con i loro direttori generali” tutti da lui nominati. Una sorta di deux ex machina della distorsione istituzionale. Oltre a Pittella, c’è il direttore generale dell’Asl di Bari, Vito Montanaro, e il responsabile dell’anticorruzione dell’Asl, Luigi Fruscio. Custodia cautelare in carcere per Pietro Quinto e Maria Benedetto, commissario e direttore amministrativo dell’Azienda sanitaria di Matera.

Pittella agli arresti domiciliari, l’inchiesta della GDF

Ai domiciliari il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella (Pd), Agostino Meale, Vito Montanaro, Maddalena Berardi (direttore amministrativo dell’azienda ospedaliera San Carlo di Potenza), Anna Rita Di Taranto, Davide Falasca, Vito D’Alessandro, Alessandra D’Anzieri, Luigi Fruscio, Giovanni Chiarelli (commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Potenza), Gianvito Amendola, Carmine Capobianco, Grazia Maria Ciannella, Gennaro Larotonda, Domenico Petrone, Lorenzo Santandrea, Rosanna Grieco, Carmela Lascaro, Roberto Lascaro e Claudio Lascaro. L’obbligo di dimora riguarda Graziantonio Lascaro, Cristoforo Di Cuia, Gaetano Appio, Michele Morelli, Francesco Mannarella, Roberta Fiorentino, Angela Capuano e Ferdinando Vaccaro. L’indagine della Guardia di finanza, sostiene il giudice, ha portato alla luce “un sistema di corruzione e asservimento della funzione pubblica a interessi di parte di singoli malversatori su richiesta di una moltitudine di questuanti” che sono l’espressione di pubblici poteri apicali e che si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite”