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Gli Indù cannibali di Indiana Jones esistono: ecco chi sono

venerdì, 21 aprile 2017

Gli Indù cannibali di Indiana Jones fonte youtube

Gli Indù cannibali di Indiana Jones fonte youtube


Tra le pellicole degli anni ‘80
che più sono entrate nell’immaginario collettivo sicuramente c’è quella del personaggio di Indiana Jones: a distanza di anni le immagini più popolari e comunemente conosciute sono quelle del secondo capitolo della saga Indiana Jones e il tempio maledetto (pellicola del 1984 diretta da Steven Spielberg). Le scene dei sacrifici umani e degli episodi di cannibalismo (non a caso è ritenuto il film più cupo e pulp della quadrilogia) sono indelebili nelle menti di tutti. Perché questa premessa? Perché ancora una volta la fantasia cinematografica risulterebbe essere stata superata dalla realtà.

Tra i Sadhu indiani, gli sciamani Indù, esisterebbe un filone dedito a riti simili che sfociano anche nel cannibalismo e nella necrofagia.

Stiamo parlando degli Aghori Babas, una setta, fondata da Kina Ram e residente per la stragrande maggioranza a Varanasi, la città sacra dell’Induismo, in India.

A differenza dalla grande maggioranza degli Indù, essi non sono vegetariani, bevono alcool e il loro modo di vivere viene considerato impuro nella maniera.

Il perché è presto detto: mangiano qualsiasi tipo di carne tra cui carne in decomposizione e, quando capita, anche carne umana di persone defunte (in genere pezzi di cervello estratti dai crani). Solitamente si cibano di corpi che non possono essere cremati secondo i divieti religiosi dell’Induismo: Rabbini, donne incinte o non sposate, lebbrosi e persone morte a causa di morsi di serpenti. Le salme appartenenti a queste categorie, infatti, vengono gettate direttamente nel fiume e raccolte dagli Aghori per essere tramutate in un prelibato pasto.

Gli Aghori sostengono che la paura più grande degli esseri umani sarebbe racchiusa nella paura della propria morte e che tale paura costituisca l’ostacolo principale per l’illuminazione spirituale. Solo confrontandosi con essa si giungere allo stadio ultimo.

Gli adepti comunque sono poco numerosi ai giorni nostri (una ventina quelli che vivono a Varanasi, presso la tomba del loro guru); sembra siano stati più numerosi in passato, probabilmente 200-300 alla fine del XIX secolo.
Come Shiva, vivono nei campi di cremazione, nudi o coperti da un semplice panno di lino. Si attribuiscono loro delle abitudini di impurità assoluta, come il consumo di carne in decomposizione, dei loro stessi escrementi e della loro urina, la meditazione seduti su un cadavere, l’unione sessuale con delle prostitute nel corso del periodo mestruale. In quest’ultimo caso, si tratterebbe di un rito tantrico attraverso il quale essi si incarnerebbero con la loro partner in Shiva e Kali. Il detto “Paese che vai, usanze che trovi” non sembra stavolta farci dormire sogni tranquilli o farci ‘accettare’ questo percorso alla ricerca dell’illuminazione.

Di Lorenzo Ceccarelli

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