Ci sono strade che non segnano solo la carta, ma il tempo. Tra Spello e Montefalco, in Umbria, il passo segue le quattro stagioni e cambia la misura delle cose.
A fine inverno l’aria punge. La pietra rosa del Subasio si scalda a fatica. Cammino tra vicoli silenziosi. I muri odorano di legna. In primavera esplode il colore.

A Spello i tappeti delle Infiorate disegnano vie intere in occasione del Corpus Domini. I petali accendono la soglia delle case. L’estate porta luce piena sugli oliveti. L’ombra è merce preziosa. In autunno l’aria si fa speziata. Il mosto arriva da cortili e cantine. È un invito discreto. Dice: resta.
Solo dopo qualche chilometro capisco il filo che unisce tutto. Non è la destinazione. È il ritmo. Qui il paesaggio ti educa alla lentezza. La campagna è una trama paziente. Gli olivi disegnano una fascia continua tra Assisi e Spoleto, riconosciuta nel 2018 come sistema agricolo di importanza globale. È una certificazione importante. Non è un’etichetta turistica. È cura del territorio.
Tra pietra rosa e fioriture
A Spello entro alla Villa dei Mosaici. Il sito è stato scoperto nel 2005 e aperto al pubblico nel 2018. Le stanze mostrano scene di caccia e motivi geometrici. I colori sono nitidi. La materia è viva. Fuori, la cinta romana corre con porte monumentali come Porta Consolare. La città è piccola e sobria. I balconi fioriti sono una tradizione, non un trucco da cartolina.
La strada verso Montefalco è breve in auto. Parliamo di circa 14–20 km a seconda del percorso. A piedi o in e‑bike cambia tutto. Il dislivello è intorno ai 200–300 metri, ma dipende dall’itinerario scelto. La “Strada del Sagrantino” offre segnali chiari, cantine visitabili e tappe accessibili. In estate porto acqua e un cappello. In autunno prenoto le visite con anticipo. La vendemmia attira molti curiosi. I dati su orari e aperture variano ogni anno: conviene verificare prima di partire.
La stagione del vino e l’arte che resta
A Montefalco, chiamata “Ringhiera dell’Umbria”, la vista spazia a 360 gradi. Colline, filari, campi arati. Entro nel Museo di San Francesco. Benozzo Gozzoli affrescò qui la vita del santo a metà Quattrocento. La narrazione è chiara. Le scene hanno volti, mani, polvere. Uscendo sento di aver parlato con qualcuno, non solo guardato.
Il vino qui è linguaggio. Il Sagrantino è una DOCG dal 1992. Il disciplinare chiede 33 mesi di affinamento per la versione secca, di cui almeno 12 in legno. Lo dico perché questo dettaglio spiega il carattere nel bicchiere. Tannino fiero. Profumi scuri. È un vino che non ha fretta. Si riconosce. Con il cinghiale fa pace. Con il cioccolato del passito si stringe di più.
D’estate i tramonti colorano i filari. D’inverno la nebbia stende un velo e il suolo riposa. In primavera i germogli sfidano l’aria. A ottobre le mani raccolgono e il paese odora di mosto. Non sono cartoline. Sono gesti che tornano. Sono orari che scandiscono il giorno.
Se cerchi un dato pratico, eccolo: si arriva in treno fino a Foligno e poi in bus o taxi verso Spello o Montefalco. Le distanze sono brevi, ma i tempi si allungano se scegli strade bianche e soste. È una buona notizia. Ti permette di vedere. Di ascoltare. Di cambiare passo.
Resto qualche minuto sulla piazza alta di Montefalco. Guardo le colline come un mare fermo. Penso alla stessa strada in un’altra stagione. Cosa cambierei? Forse nulla. Forse solo il ritmo. E tu, in quale luce vorresti rifare questo tragitto: la fiducia della primavera o il rosso profondo dell’autunno?





