Bergamo, la denuncia di Fabio: “Il medico mi ha detto: ‘Può solo pregare'”

Fabio parla con i media della morte del padre per Coronavirus e denuncia la totale mancanza di assistenza prima che fosse troppo tardi.

Le voci disperate di persone che hanno perso i propri cari a causa del Coronavirus, cominciano ad emergere. La storia di Giacomo Ferrari è simile a quella di tante persone che hanno sviluppato i sintomi del Covid-19, ma che sono stati lasciati a casa in isolamento. Troppo di frequente, infatti, i malati che non sviluppano difficoltà respiratorie durante i primi giorni vengono lasciati a casa senza un ausilio o una visita. Si tratta, malauguratamente, di una necessità legata all’altissimo numero di ricoveri avuti in questo periodo.

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I medici sono costretti ad ammettere solo chi rischia di morire da un momento all’altro. Il problema è che spesso i sintomi del Covid-19 si acuiscono rapidamente e, a volte, non si riesce ad intervenire in tempo. Non c’è una colpa, ma questi casi dimostrano quanto sia pericola la pandemia contro cui gran parte del mondo si trova a lottare.

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La denuncia di Fabio: “Il medico mi ha detto: ‘Potete solo pregare'”

Il padre di Fabio, Giacomo, aveva 62 anni ed ha deciso di chiudere l’azienda a Castel Rozzone (Bergamo) prima che fosse obbligatorio. L’uomo aveva capito che la situazione era grave e aveva voluto preservare la sua salute e quella dei dipendenti. Ciò nonostante il 13 marzo comincia a sentirsi male e a sviluppare una forte febbre. La famiglia chiama al medico di base, ma questo non risponde. Poco dopo scoprono che probabilmente anche lui ha contratto il Coronavirus. A quel punto Fabio chiama il numero per le emergenze, ma l’operatore gli dice di non preoccuparsi che il padre ce la può fare.

Le condizioni non migliorano ed il figlio continua a chiamare il 112: “Ognuno ci dà un parere diverso – spiega a ‘Leggo.it’ -. Chi dice di somministrargli un antibiotico, chi la tachipirina. Chiamo l’ultimo numero, estenuato. Risponde l’ennesimo medico. ‘Potete solo pregare‘, mi dice. E attacca”. Nessuno va a casa loro per una visita e nel frattempo sia il figlio che la moglie di Giacomo iniziano a sviluppare gli stessi sintomi.

Dieci giorni dopo i primi sintomi, le condizioni di Giacomo precipitano: “Mio padre viene ricoverato in ospedale il 23 marzo quando, nonostante i pareri contrari, decido di chiamare il 112. I medici ci tranquillizzano, la sua situazione sembra stabile. È sotto ossigeno ma i polmoni stanno riprendendo le loro funzioni. Io e mamma ricominciamo a respirare. Il 26 ci dicono che sta benissimo. Poi arriva una chiamata. ‘Non respira bene, ma pensiamo sia l’ansia’, ci dicono. Mezz’ora dopo la seconda: ‘Suo padre non ce l’ha fatta’”.