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Coronavirus, la pandemia arriva all’Isola di Pasqua

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:43
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Nell’Isola di Pasqua 2 casi di contagio da coronavirus: la conseguenze possono però essere disastrose

isola di pasqua
Il coronavirus è arrivato all’Isola di Pasqua

La terraferma dista 3500 km eppure il coronavirus è riuscito ad arrivare anche qui, in un luogo apparentemente sperduto e lontano da tutti, nell’Isola di Pasqua. Il covid-19 nell’Isola di Pasqua è la conferma che questa è proprio una pandemia in grado di raggiungere qualsiasi luogo della terra – ad eccezione finora dell’Antartide dove i ricercatori e scienziati di mezzo mondo che sono in missione fra i ghiacci sono risultati negativi. Ma l’arrivo del Coronavirus in questa isola è seriamente preoccupante perché le conseguenze per questa terra possono essere disastrose e rischia che un’intera cultura scompaia.

Isola di Pasqua, il lockdown per il coronavirus

Rapa Nui, questo il nome polinesiano dell’isola di Pasqua, è in lockdown, come gran parte del resto del mondo. Solo che fa particolarmente effetto pensare che questa isola sperduta dell’Oceano Pacifico meridionale, uno degli luoghi abitati più isolati del mondo, viva la stessa condizione di città iperpopolate come New York o Nuova Dehli. Eppure anche questo posto, ultima propaggine della Polinesia, deve vedersela con la pandemia di coronavirus.

L’Isola di Pasqua appartiene politicamente al Cile, da cui dista ben 3500 chilometri, ma ben prima di tutta l’America Latina e una settimana prima del Cile stesso aveva deciso di chiudere le frontiere per timore della pandemia da Coronavirus. Le 7750 persone che vivono in questa isola hanno applicato scrupolosamente le regole di distanziamento sociale imposte dalle autorità. Dall’11 marzo gli abitanti vivono uno stretto lockdown con tanto di coprifuoco dalle 14 alle 5 e limitazioni in tutti gli spostamenti e nelle uscite.

La popolazione ha accettato le restrizioni, anzi è stato un ritorno alle tradizioni di autogestione e autosufficienza tipiche della cultura polinesiane. “Abbiamo applicato all’intera isola il concetto del Tapu, e la cosa è stata incredibilmente bene accettata” ha detto Pedro Edmunds, il sindaco di Hanga Roa, capitale e unica città dell’isola. Il tapu è nella cultura polinesiana un insieme di regole e limitazioni, ed è il termine da cui la nostra cultura ha ricavato il concetto e la parola di tabù.

Eppure anche qui il coronavirus è arrivato. Due persone sono risultate positive, altre due sono in corso di accertamento. Le famiglie dei malati sono state messe in isolamento. In tutta l’isola ci sono appena tre respiratori artificiali, se il contagio si dovesse estendere sarebbe una catastrofe umanitaria.

E poi c’è la catastrofe economica. Il turismo in questa isola dà lavoro alla stragrande maggioranza delle persone. In molti che si sono ritrovati senza lavoro hanno ripreso a coltivare i campi, a praticare il baratto ed ad aiutarsi vicendevolmente. Ma quanto potrà sostenersi questa comunità senza i 100 mila turisti annui? Secondo il sindaco l’Isola di Pasqua potrà sostenere questo isolamento per un mese, poi almeno metà della popolazione chiederà aiuto perché non avrà nulla con cui vivere. E il ritorno del turismo a Rapa Nui succederà solo fra molti mesi, forse un anno o più. Fino ad allora questi abitanti e questa isola deve resistere.

Perché è famosa l’Isola di Pasqua

isola di pasqua

L’Isola di Pasqua è celebre in tutto il mondo per i moai, queste misteriose ed enormi teste di pietra, disseminate per l’isola e di cui non si conosce il loro scopo, forse si ipotizza delle statue di capi tribù indigeni. E sono proprio i moai uno dei motivi che spingono i turisti ad arrivare fino a questa sperduta isola. La visita al parco nazionale permette di visitare i crateri vulcanici e la cava dove sono stati creati molti moai. Numerosi i parchi archeologici dove ammirare i Moai e gli Ahu le piattaforme cerimoniali. Ci sono poi anche le spiagge che attraggono i turisti, bellissime e deserte come quella di Ovahe o quella di Anakena dove fare surf. E soprattutto c’è un’intera cultura, quella polinesiana, da conoscere e scoprire. E in questo momento da difendere dal coronavirus.

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Giornalista, laureata in Scienze della Comunicazione, web content editor e social media manager. Ho da sempre un'innata curiosità per tutto quello che mi circonda: da bambina mi immaginavo detective e indagavo su tutto per scoprire la verità, immaginandomi protagonista di casi polizieschi e di inchieste giornalistiche (e solitamente era peluche orso il colpevole!). Ho fondato il giornalino scolastico quando avevo 9 anni e da allora non ho mai smesso di scrivere. Ho sempre lo zaino in spalla: adoro viaggiare, scoprire nuove culture, nuovi posti e poterli raccontare. Qualsiasi posto infatti racconta una storia che io voglio conoscere. Quando non scrivo al pc o non sono in viaggio, mi trovate sul palco ad improvvisare oppure a fare trekking con il mio cane o nei reparti di pediatria come clowndottore.