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Salerno, testimone di Geova si sottopone a trasfusione per salvarsi la vita: le figlie l’abbandonano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:27
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Incredibile vicenda in provincia di Salerno dove Grazia Di Nicola, testimone di Geova, si è sottoposta a una trasfusione a causa di una malattia: è stata cacciata dalla comunità e le sue tre figlie l’hanno abbandonata sparendo nel nulla.

C’è un principio della religione seguita dai Testimoni di Geova che vieta di sottoporsi a trasfusioni di sangue. Eppure, Grazia Di Nicola ne aveva necessariamente bisogno. Pena la sua vita. Questo le raccontavano e le raccomandavano i medici quando la donna, originaria di Colliano (in provincia di Salerno), si recava ai controlli. La 48enne, a seguito di una malattia, ha deciso di violare quel principio. Lei, testimone di Geova, non avrebbe potuto sottoporsi alla trasfusione. L’ha fatto per salvarsi. Ma le sue figlie, tutte testimoni di Geova, non l’hanno accettato. E così hanno abbandonato la madre, sparendo praticamente nel nulla. Lei, Grazia Di Nicola, lancia un appello disperato: “Chiamateci, diteci che state bene”.

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Testimone di Geova si sottopone a trasfusione di sangue, le tre figlie la abbandonano: “Chiamatemi, voglio solo sapere che state bene”

La storia di Grazia Di Nicola deve invitare alla riflessione. Fino a che punto una semplice trasfusione di sangue, necessaria per salvarsi la vita, può portare a una reazione tanto drastica? Le figlie della 48enne salernitana, rispettivamente di 30, 25 e 21 anni, l’hanno abbandonata. Hanno lasciato la casa materna, trasferendosi da alcuni amici. Poi, tre settimane fa, hanno lasciato anche il paese. La madre non sa nulla di loro: “Vogliamo solo essere sicuri che stiate bene. Rispettiamo le vostre decisioni in campo religioso, ma voi rendetevi conto del nostro dolore, voi sapete il bene che vi vogliamo, chiamateci – dice Grazia Di Nicola – Non so cosa fare. Spero che riescano a capire quanto stiamo soffrendo per loro e che si facciano vive”. La donna, testimone di Geova, era già stata cacciata dalla stessa comunità religiosa. Non potevano accettare che un membro si fosse sottoposto a trasfusione. Eppure, la 48enne lo ha fatto per evitare la morte. Ma questo, nel 2019, non basta per essere trattati come tutti gli ‘altri’.