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Cecilia Mangini, storia della prima documentarista italiana

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:31
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Il documentario nel cinema ha un ruolo fondamentale, serve a mostrare, ricordare ed educare le nuove generazioni: in Italia Cecilia Mangini fu la prima maestra indiscussa del genere. Raccontiamo la sua storia attraverso le sue opere.

Cecilia Mangini nasce a Mola di Bari (BA) il 31 luglio del 1927. Figlia di un pugliese ed una toscana,  Cecilia si trasferisce in giovane età a Firenze insieme alla sua famiglia. La sua adolescenza è scandita dall’amore per il cinema e la fotografia. A soli diciannove anni gira, con la sua fedele Zeiss Super Ikonta 6×6, un breve documentario riguardo le condizioni lavorative su Lipari e Panarea. Dopo un embrionale occupazione come critica cinematografica (per riviste come Cinema Nuovo e Cinema ’60) la sua passione la porta nuovamente dietro alla videocamera e insieme al marito e collega Lino Del Fra (e le saltuarie collaborazioni col poeta, regista e amico Pier Paolo Pasolini) traccia l’inizio della sua carriera da documentarista.

Cecilia Mangini, Ignoti della città e l’inizio della carriera da regista

Il primo periodo della Mangini è fortemente improntato alla documentazione delle periferie cittadine e sulla pressione sociale delle classi subalterne: l’opera Ignoti della città (1958) acquista una notevole fama, sorprendendo la critica in quanto prima vera produzione della documentarista pugliese. A questa seguiranno cortometraggi come La canta delle Marane (1960), ispirato al romanzo Ragazzi di vita di Pasolini e co-girato insieme allo stesso scrittore, e Stendalì (1960), un documentario dedicato ai canti funebri della Grecia salentina, ancora vivi nel lembo meridionale della Puglia.

Qui di seguito la versione integrale del corto-documentario Ignoti della città:

Cecilia Mangini, da Essere donne agli anni Duemila

La seconda parte della sua carriera è invece dedicata all’analisi della vita in fabbrica e ai drammi sociali provocati al boom economico di quegli anni. Peculiarità della regista è la capacità di raccontare con profonda intelligenza e poesia le problematiche dell’Italia passata. Documentari come Essere donne (1956) o Comizi d’amore ’80, dove tocca tabù dell’epoca come sessualità e aborto, sono un’impronta vivida delle nuove esigenze narrative della regista. La Mangini cresce e durante il periodo fascista non perde tempo e cerca di documentare col suo occhio un periodo ambiguo e assurdo, opere assolute come All’armi, siam fascisti! (1962), girato insieme al marito Lino Del Fra e allo storico del cinema Lino Micciché, sono piene dimostrazioni di questo lasso temporale. Al documentario sulla nascita, crescita e caduta del fascismo seguirà la controparte sovietica, La statua di Stalin, del 1963. Nel 2012 la regista pugliese si reca a Taranto per denunciare il crescente inquinamento generato dalle industrie siderurgiche locali: l’ormai consolidata artista realizza per l’occasione – dopo quarant’anni dalla sua ultima inchiesta documentata Domani vincerò – il lungometraggio In viaggio con Cecilia.