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Quali sono le vere ragioni dell'emigrazione dall'Africa
(Web)

L’emigrazione dall’Africa sembra diventata un problema di grosse proporzioni da combattere ad ogni costo, ma quali sono le vere ragioni che inducono gli africani a rischiare la vita in mare pur di lasciare il proprio continente?

Nei prossimi anni i fondi stanziati dall’Unione Europea per l’accoglienza dei migranti passeranno dagli attuali 21 miliardi di euro (cifra valida fino al 2021) a 35 miliardi di euro annui che a partire dal 2021 fino al 2027. Il perché dell’aumento di budget è chiaro, ovvero offrire a queste persone un’accoglienza più organizzata e permettere ai Paesi membri di avere infrastrutture migliori per accoglierli. In molti, però, si chiedono come mai non si pensi ad aiutarli “A casa loro”. A dare una risposta a questa domanda ci pensa il sito web ‘Raiawaduna‘ che spiega come molte delle terre coltivabili dell’Africa subsahariana sono ostaggio dei Paesi europei ed asiatici a causa di un fenomeno conosciuto come landgrabbing.

Le vere cause dell’emigrazione dall’Africa: landgrabbing ed assenza di lavoro

In molti casi, ci spiegano nell’articolo di cui sopra, gli africani che giungono in Sicilia con i barconi provengono dall’Etiopia, una Nazione le cui terre più proficue sono tutte in mano alle nazioni europee: “Gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo”.

Lo sviluppo di cui si parla è ovviamente uno sviluppo commerciale in favore delle nazioni che si accaparrano le terre. Le stime del 2009 ci narrano di 46 milioni di ettari di terreno coltivabile dell’Africa Sub sahariana in mano alle nazioni estere che hanno acquisito i terreni in pianta stabile o per diritto di usufrutto (che si estende a volte fino ai 99 anni) per cifre irrisorie che in media corrispondono a 2 euro per un ettaro di terreno coltivabile. Questo commercio legale si aggiunge a quello illegale le cui proporzioni sono non quantificabili. A vendere le terre sono i governi locali che preferiscono arricchirsi in prima persona cedendo diritti di utilizzo dei terreni, invece di garantire lavoro e futuro alle proprie popolazioni.

I dati condivisi dal sito d’informazione sono davvero inquietanti e danno un’idea di come, anche senza le guerre interne, la vita di molti in Africa sia per lo più una questione di sopravvivenza: “L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.
Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori”. Venendo a conoscenza di queste condizioni è semplice capire come aiutare le persone a casa loro risulti difficile se prima che partano gli vengono sottratti terreni e possibilità lavorative. E’ chiaro, dunque, che smantellare un sistema di profitto di questo tipo costerebbe a privati e governi molto più che offrire accoglienza ai migranti.