Di notte, la pietra di Cartagena respira. Le mura trattengono la salsedine, il selciato luccica tra lampioni bassi, e il rumore degli zoccoli taglia l’aria come una memoria collettiva. È la scena che molti portano a casa, pensando che il tempo qui sappia ancora rallentare.
Camminare nella Cartagena antica è entrare in un sistema vivente. La Città Murata – quasi 11 km di bastioni d’epoca coloniale, patrimonio UNESCO dal 1984 – fa i conti ogni giorno con umidità, vibrazioni, traffico turistico. Qui le carrozze a cavallo sono diventate icona. Per alcuni, poesia. Per altri, una stonatura in un’epoca che vede la città impegnata su sostenibilità e benessere animale.
Negli anni, il Comune ha regolato orari, pesi e controlli veterinari. D’estate l’indice di calore sfiora valori impegnativi, e le denunce sul trattamento degli animali non sono mancate. Tra gli operatori c’è chi rivendica cura e tradizione; tra i residenti cresce la richiesta di silenzio, sicurezza, aria più pulita. Il turismo – soprattutto di gruppo e crocieristico – accentua ogni frizione.
Proteggere l’aura coloniale non significa congelare il passato. Le pietre sopportano male vibrazioni e scarichi, e il suono degli zoccoli su pavé bagnato è poesia ma anche logistica. Non stupisce, quindi, che la città discuta da tempo una transizione verso veicoli elettrici leggeri: più silenzio, zero emissioni allo scarico, meno stress per i cavalli. In altre città patrimonio, l’elettrico ha ridotto rumore e manutenzioni stradali; qui, la domanda è come farlo senza spegnere l’anima del luogo.
Quanti mezzi interesserebbe? Secondo elenchi pubblici recenti, le licenze per le botticelle (qui più note come “coches de caballos”) si collocano grosso modo tra 60 e 70: la cifra esatta varia nel tempo e non è sempre aggiornata in modo trasparente. Sul tipo di veicoli elettrici, non ci sono specifiche ufficiali consolidate: prototipi e bozze circolano, ma il modello finale – dimensioni, autonomia, ricarica – non è stato comunicato in modo definitivo.
La giunta ha messo sul tavolo un cronoprogramma che, se approvato, fissa il 2026 come spartiacque: nel Centro Storico il servizio oggi svolto dalle carrozze a cavallo verrebbe affidato solo a veicoli elettrici. La transizione includerebbe incentivi alla sostituzione, formazione dei cocheros come conducenti e guide, e punti di ricarica in aree perimetrali per non intasare le piazze principali. Restano da chiarire i dettagli: numero di mezzi ammessi, disegno industriale (retro look o design contemporaneo), tariffe, priorità ai residenti nelle ore di punta. Al momento, non risulta pubblico un capitolato tecnico definitivo né un elenco ufficiale delle stazioni di ricarica.
Sul piano culturale, la domanda è più sottile. L’immagine di Cartagena si regge su contrasti: freschi di mango e balconi in buganvillea, tamburi della Champeta e processioni laiche di fotografi. Togliere i cavalli cambia la colonna sonora, non l’architettura. Ma può liberare strade e respiri. Può aiutare chi vive qui tutto l’anno più di chi arriva per una sera.
Un esempio concreto? Un circuito elettrico serale con guida locale, soste brevi e capacità limitata: meno code, narrazione più ricca, impatto acustico ridotto. L’elettrico, se progettato bene, può restituire profondità: fermarsi davanti alla Puerta del Reloj e sentire il mare. Non solo il rumore della corsa.
Il futuro, insomma, non cancella un’icona: la rilegge. La vera prova sarà nel dettaglio: materiali, luci, andature, formazione. La promessa è un centro più quieto, sicuro, coerente con un turismo responsabile. La posta in gioco è l’identità. Quando nel 2026 sentirai solo un ronzio discreto sul pavé, ti chiederai: stiamo perdendo qualcosa, o finalmente riusciamo a sentire quello che c’era già?