Matteo Messina Denaro, chi è: tutto sul pericolosissimo latitante mafioso

Matteo Messina Denaro è un mafioso italiano legato a Cosa nostra. Ecco tutto quel che c’è da sapere su di lui. 

Chi dice Matteo Messina Denaro dice Cosa nostra. Il famigerato boss mafioso è tra i latitanti più pericolosi e ricercati al mondo. Era soprannominato ‘U siccu (“il magro”), per via della sua costituzione fisica, o anche Diabolik. Conosciamolo più da vicino.

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L’identikit di Matteo Messina Denaro

Matteo Messina Denaro è nato a Castelvetrano (Trapani) il 26 aprile 1962. E’ figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Insieme al padre svolgeva l’attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D’Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani e delle saline di Trapani. Nel 1989 Messina Denaro fu denunciato per associazione mafiosa, mentre nel 1991 si rese responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (e amante di Messina Denaro) di “quei mafiosetti sempre tra i piedi”.

Capo del mandamento di Castelvetrano e rappresentante indiscusso della mafia in provincia di Trapani dal 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), e alleato dei corleonesi già dalla guerra di mafia dei primi anni ’80, Matteo Messina Denaro risulta essere attualmente uno dei boss più potenti di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere ben oltre i confini della sua provincia, come in quelle di Agrigento e addirittura Palermo. Sebbene tradizionalmente il potere assoluto sull’intera organizzazione non possa essere concentrato nelle mani di un padrino estraneo a Palermo, e dopo la morte di Salvatore Riina non vi siano più state prove di un’organizzazione piramidale di Cosa nostra, alcuni inquirenti si sono esplicitamente riferiti al latitante castelvetranese come all’attuale capo assoluto. Altre fonti più realistiche vedono il boss ormai esclusivamente alle prese con la propria latitanza, forse anche lontano dalla Sicilia, formalmente solo con il ruolo di referente mafioso della provincia di Trapani ma senza un ruolo attivo all’interno di Cosa nostra.

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Nell’estate 1993 Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e da allora si rese irreperibile, dando così inizio alla sua lunga latitanza. Nei suoi confronti fu emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. Fu però con l’operazione Petrov del marzo 1994 che emerse il suo ruolo all’interno di Cosa nostra trapanese. Nel novembre 1993, in particolare, Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido.

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Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il finto nome di “Matteo Cracolici”. Nel 2000 la Polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d’amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l’anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme con il fratello Francesco. Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme con la madre del latitante. In una lettera destinata a un amico, sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia. Nel 2013 L’Espresso ha rivelato che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme alla madre, perché voleva vivere lontana da quella famiglia.