Selvaggia Lucarelli durissima: “il catcalling non è affatto un complimento”

Selvaggia Lucarelli durissima sui social. La donna ha pubblicato un lungo post di denuncia al catcalling. Ecco cos’ha scritto. 

Anche Selvaggia Lucarelli si aggiunge alle tante voci di denuncia del catcalling. Una dinamica della quale molti ignorano ancora l’esistenza ne sottovalutano le criticità.

Comportamenti che implicano apprezzamenti o proposte indesiderate. “Chi fa catcalling non fa un complimento” ricorda molto bene la Lucarelli. La donna si è dilungata in un post Intagram nel quale spiega senza mezzi termini questa dinamica.

Selvaggia Lucarelli: in prima linea contro il catcalling

“Si appropria di una familiarità che non gli è stata concessa, annulla le giuste distanze, commenta ad alta voce ciò che pensa di una sconosciuta che gli passa accanto perché quella sconosciuta in quel momento è un semplice oggetto”. Un’analisi chiara e concisa che mostra bene la dinamica del catcalling e di come implichi una mera oggettificazione del corpo della donna.

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E’ sempre la Lucarelli a mettere in luce come le donne siano costrette a subire queste attenzione indesiderate. “Chi parla di “complimenti” salta un passaggio fondamentale. Il complimento è una parola gentile, detta in un’atmosfera di momentanea o prolungata familiarità, in cui esistono scambio e reciprocità” scrive la donna che poi evidenzia una distinzione netta.

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“Il complimento non è tale se prevede invasioni e l’abbattimento, a senso unico, delle distanze. E le distanze sono un diritto, sanciscono il grado di confidenza e lo spazio che intendiamo concedere all’altro”.

 

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Oltre a chiarire questa differenza sostanziale, la Lucarelli parla anche di un’altra dinamica legata al catcalling, cioè la sua legittimità. Un commento considerato legittimo solo se la donna lo subisce da sola, mentre “Se la donna è in compagnia di marito o fidanzato, l’apologeta del catcalling, probabilmente ringrazia l’artefice del fischio con una manata in faccia”. Situazioni diverse per certi aspetti ma che, come ricorda la Lucarelli, oggettificano sempre la donna e la rendono sempre “di qualcuno”.