Epidemia di risate, ma c’è poco da ridere: era un’isteria collettiva gravissima

Il Tanganica venne colpito ad inizi anni ’60 da un’epidemia di risate: prima scambiata per semplice umorismo, venne poi considerata una vera e propria epidemia di isteria collettiva.

Nel 1962 in Tanganica si manifestano i primi sintomi di quella che successivamente viene classificata come una gravissima isteria di massa. Ci sono voluti anni di studi per capire il fenomeno, visto che i sintomi manifestati hanno inizialmente fatto pensare ad un semplice fenomeno umoristico che si era successivamente diffuso per spirito di emulazione. Tuttavia, successivi studi sull’accaduto (prolungatosi a fasi alterne per circa 2 mesi e mezzo), hanno portato gli psicologi a pensare che quel comportamento fosse sintomatico di un forte accumulo di stress.

L’isteria collettiva che è stata osservata in Tanganica aveva caratteristiche differenti da quelle osservate nei secoli precedenti. Solitamente, infatti, lo stress collettivo veniva manifestato dall’insorgere di una sintomatologia comune caratterizzata da tosse, crampi addominali, difficoltà respiratorie, mal di testa e nausea. Si scopri che tali sintomi non erano causati da una malattia fisica, ma da un fenomeno di autosuggestione veicolato dalla compresenza di fattori comuni. L’Isteria collettiva, infatti, si diffuse principalmente in epoca industriale tra gli operai, ma successivamente fenomeni simili si sono ripetuti nelle scuole tra bambini e adolescenti.

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Epidemia di risate in Tanganica

Il primo fenomeno di isteria collettiva venne segnalato in una scuola femminile di Kashaka, vicino al Lago Victoria. Le giovani colpite dalle crisi di risate e pianto incontrollabili erano tutte provenienti dal villaggio di Nshamba e da famiglie in condizioni economiche umili. Il primo caso di risata contagiosa venne registrato in una classe dove due ragazze cominciarono a ridere senza riuscire a smettere il 30 gennaio del 1962. Ben preso la loro risata divenne tanto contagiosa da diffondersi  in tutto l’istituto per un periodo di 48 giorni, al punto da costringere i dirigenti a chiudere la scuola il 18 marzo del 1962. Al ritorno in classe, il 21 maggio, l’epidemia tornò fino al 30 giugno.

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Nel periodo di pausa delle scuole, le ragazze coinvolte da questa sintomatologia continuarono a patirne gli effetti anche in casa, nel villaggio di Nshamba. Qualcosa di molto simile si verificò anche nel villaggio di Ramashenye, ma qui si trattò di un fenomeno meno esteso, visto che si protrasse solo per 8 giorni. Le condizioni sociali e la provenienza comune delle ragazze, fece pensare agli studiosi che l’eziologia dell’epidemia potesse essere collegata o ad un’intossicazione alimentare o ad un agente patogeno virale. Tali ipotesi, però, non vennero mai supportate da prove.

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Così da successivi studi s’ipotizzò che il fenomeno nato nel villaggio di Nshamba potesse avere origini psicopatologiche causate da un forte stress collettivo. Le giovani, infatti, erano costrette a vivere in condizioni di indigenza che unite al forte stress per l’impegno scolastico è sfociato nel fenomeno psicopatologico. A supporto di questa tesi, il fatto che in altre zone dell’Africa si verificarono episodi simili, anche se di minore entità e durata.