Nitto Santapaola, chi è il boss mafioso detto il Licantropo: la sua storia

Nitto Santapaola è considerato uno tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa Nostra. Ecco tutto quel che c’è da sapere su di lui.  

Benedetto Santapaola detto Nitto è un mafioso italiano, considerato uno tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa Nostra. È soprannominato anche “il Cacciatore” (per via della sua passione per la caccia) o “il Licantropo”, in quanto affetto da una rara psicosi, la licantropia clinica (ma il “vero” malato di tale patologia sarebbe il fratello Antonino, detto “Ninu u’ pazzu”).

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L’identikit di Nitto Santapaola

Nitto Santapaola è nato il 4 giugno 1938 a Catania, nel quartiere di San Cristoforo, in una famiglia di umili origini. Dopo aver frequentato una scuola salesiana, intraprende fin da giovane la strada della criminalità, dedicandosi a furti e rapine. Nel 1962 viene denunciato per la prima volta per associazione a delinquere e furto. Dopo essere stato affiliato nella “Famiglia di Catania”, dove è vicecapo di Giuseppe Calderone, viene costretto al soggiorno obbligato nel 1970; 5 anni dopo è denunciato per contrabbando di sigarette, anche se nel frattempo è stato (almeno ufficialmente) venditore di oggetti da cucina e titolare di una concessionaria di automobili Renault. Alla fine degli anni Settanta, in accordo con i Corleonesi, uccide Calderone, deciso ad assumere il comando di Cosa Nostra in città. Nell’agosto del 1980 viene ritenuto uno dei responsabili dell’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari: fermato dai Carabinieri in macchina insieme con Rosario Romeo, Francesco Mangion e Mariano Agate, viene arrestato ma immediatamente scarcerato (senza essere sottoposto al guanto di paraffina).

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Nel 1982, dopo l’omicidio a giugno di Alfio Ferlito, suo nemico (ucciso insieme alla scorta che lo sta portando da Enna al carcere di Trapani, nella cosiddetta “strage della circonvallazione”), a settembre va in scena l’agguato a Carlo Alberto Dalla Chiesa, in servizio a Palermo da pochi mesi, ucciso nella strage di via Carini insieme con l’agente Domenico Russo e alla moglie Emanuela Setti Carraro. Indagato per l’omicidio, Santapaola si dà alla latitanza. Nello stesso periodo il suo clan inizia ad allargare i propri interessi nel Nord Italia, riuscendo tra l’altro a far assegnare la gestione del casinò di Campione d’Italia al presidente della Pallacanestro Varese Ilario Legnaro, rappresentante del gruppo di imprenditori che si appoggia a lui.

Nel frattempo la rivista “I Siciliani”, fondata dal giornalista Giuseppe Fava, rende noti i rapporti tra il clan di Santapaola e i cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” (così vengono definiti sul primo numero del giornale, in copertina, del gennaio 1983): Mario Rendo, Gaetano Graci, Francesco Finocchiaro e Carmelo Costanzo, cavalieri del lavoro impegnati nella gestione dell’imprenditoria edile siciliana di quel periodo. Fava viene ucciso il 5 gennaio del 1984, a Catania, davanti al Teatro Stabile: quasi vent’anni dopo Nitto Santapaola verrà condannato come mandante dell’assassinio.

Lo stesso Santapaola è ritenuto uno degli organizzatori della strage di via D’Amelio, che il 19 luglio del 1992 costò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Eddie Walter Cusina ed Emanuela Loi). Nel 1993, il 18 maggio, Santapaola viene arrestato nel corso dell’operazione “Luna piena” nelle campagne di Mazzarrone dagli uomini del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato: a favorire la sua cattura sono intercettazioni telefoniche delle conversazioni dei suoi figli. Il boss non reagisce in maniera scomposta, ma anzi si mostra sereno e flemmatico: non sorpreso dalla venuta degli agenti, chiede di poter fare colazione insieme con la moglie Grazia; quindi esce dalla villa con le manette ai polsi, dopo aver preso in mano e baciato la Bibbia che tiene in camera da letto, sul comodino. Gli agenti scoprono poi che nel giardino della villa in cui latitava si era costruito un piccolo altare con una chiesetta, una statua della Madonna, alcune panche e addirittura un campanile.

In seguito all’arresto, Mario Tornabene e Natale D’Emanuele diventano reggenti del clan Santapaola: verranno catturati a loro volta nel 1995 (anno in cui la moglie di Nitto, Maria Grazia Minniti, verrà uccisa in un agguato). Nel frattempo nel 1994 Maurizio Avola, pentito autoaccusatosi di oltre 70 assassinii, aveva svelato che Santapaola aveva organizzato l’omicidio di Claudio Fava, ma era contrario all’uccisione di Giovanni Falcone, in quanto non intenzionato a combattere lo Stato. Non solo: avrebbe avuto frequentazioni con Saro Cattafi e Marcello Dell’Utri, e col tramite di quest’ultimo avrebbe addirittura investito denaro nelle attività Fininvest.

Il 12 maggio del 1995 Benedetto Santapaola è stato condannato a 18 mesi di isolamento diurno per associazione mafiosa, e il 26 settembre del 1997 all’ergastolo per la strage di Capaci in primo grado: sentenza confermata in appello due anni e mezzo più tardi, il 7 aprile del 2000. Nel frattempo, nel 1998 Santapaola era stato condannato in appello all’ergastolo anche per la morte di Giuseppe Fava: sentenza confermata il 14 novembre 2003 in Cassazione. Infine, il 9 dicembre 1999 viene condannato all’ergastolo nel corso del processo Borsellino-ter, a Caltanissetta, insieme con altri 17 boss mafiosi (tra cui Raffaele Ganci e Giuseppe Calò) in primo grado: in appello, il 7 febbraio del 2002, la condanna viene ridotta a venti anni.

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