Zona rossa, in Umbria serve il lockdown: “Situazione drammatica”

L’epidemiologo Stracci parla della zona rossa in Umbria, che ad oggi rappresenta la regione in cui la situazione pandemia è più compromessa.

zona rossa lockdown Umbria
zona rossa lockdown Umbria FOTO Getty Images

Zona rossa in diverse regioni da ieri. È quanto avvenuto nelle scorse ore, con in particolare l’Umbria a preoccupare gli esperti. Sia nella provincia di Perugia che in quella di Terni sono sorti diversi focolai ed i contagi vanno tenuti sotto controllo. La zona rossa permane al momento anche in Puglia, Abruzzo, Toscana, Liguria e Trentino-Alto Adige.

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Ma limitatamente alla situazione dell’Umbria, che ad oggi è il territorio che più desta apprensione, l’epidemiologo Fabrizio Stracci invoca un intervento più deciso. A detta del docente associato di Igiene generale ed applicata all’Università degli studi di Perugia occorre un lockdown totale in tutta la regione. “La situazione è decisamente pericolosa. Il sistema sanitario locale risulta sempre più in sovraccarico. I ricoveri sono in aumento ed in generale vige la stessa situazione che c’era a Codogno esattamente un anno fa”. Purtroppo il lockdown da applicare esattamente come avvenne per quasi tre mesi nella primavera 2020 risulterebbe il modo più efficace per rallentare la circolazione del virus. Il professor Stracci critica la gestione del Piano vaccini in Umbria.

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Zona rossa, Stracci: “All’Umbria servirebbe un lockdown”

A detta del professor Stracci la presenza di vaccini dall’efficacia diversa crea una disomogeneità troppo marcata. Inoltre lo stesso è ben consapevole che una chiusura totale decapiterebbe in maniera definitiva l’economia della regione. “Sono dell’idea che servirebbe un arco di tempo con un blocco centrato, allo scopo di avere poi un periodo successivo in cui trovarsi più liberi dalla pandemia”.

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A pesare in Umbria è la presenza delle varianti Covid. Una cosa della quale ci si è drammaticamente accorti dopo le festività natalizie. Proprio allora sono aumentati i contagi in ospedali e Rsa. “I Comuni ci dicevano che i focolai erano sorti in famiglia. Cosa che non convinceva noi esperti visto che molti avvenivano nelle strutture sanitarie. Inoltre c’era una forte incidenza tra i giovani, con tra l’altro le scuole chiuse”. Segno evidente che le stesse varianti sono estremamente più contagiose.