Non è l’Arena, la vittima di Genovese: “Pensavo che mi avrebbe uccisa”

La 18enne stuprata da Alberto Genovese ad ottobre 2020 parla a ‘Non è l’Arena’. “Ho temuto per la mia vita”. Lui è in carcere da novembre.

Alberto Genovese Non è l'Arena
Alberto Genovese Non è l’Arena

Ancora una volta ‘Non è l’Arena‘ su La7 tratta la vicenda che riguarda Alberto Genovese. L’informatico ed imprenditore è in carcere con l’accusa di stupro, sin dallo scorso mese di novembre. Questo come conseguenza di uno dei tanti rapporti carnali tenuti illecitamente che gli vengono contestati. In quella circostanza, verso metà ottobre, il 43enne avrebbe abusato di una 18enne stordita con droga ed alcolici. E ci sono anche altre persone coinvolte, come la sua ex fidanzata che ha affermato di averlo incoraggiato in tali pratiche oscene “per amore”.

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A ‘Non è l’Arena’, dopo le testimonianze di due ragazze contro Alberto Genovese tenutesi una settimana fa, parla proprio la 18enne vittima di stupro oltre tre mesi fa. Quest’ultima afferma di essersi trovata in casa di Genovese per la prima volta a giugno, poi una seconda a settembre. E di conoscerlo come “il proprietario di Terrazza Sentimento”. Si trovava lì perché invitata da un buon amico della compagna del 43enne e c’erano tante persone. “Sembrava di stare in discoteca”. Infine ad ottobre giunge l’invito da Daniele Leali, strettissimo collaboratore di Genovese. “Si iniziava a mezzogiorno ma non c’erano molti dei miei amici. Non andavo lì per lui”. La giovanissima descrive con meticolosità parecchi dettagli. Fa sapere che c’erano due guardie del corpo all’ingresso del palazzo, una terza a presidio dell’ascensore e poi ecco anche una donna che ritirava i cellulari. “Prassi normale quando tra gli invitati ci sono dei vip, avviene anche nei locali”.

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Non è l’Arena, il drammatico racconto della vittima di Alberto Genovese

In casa di Genovese c’erano “solo ragazze, circa una ventina. Tutte belle e giovani. E poi cocaina nei piatti. Il padrone di casa ha iniziato subito a molestarmi, quasi forzandomi nel farmi ballare. Mi ha offerto da bere ma sono certa che ci fosse qualche sostanza sconosciuta all’interno. Infatti dopo avere bevuto ho cominciato a comportarmi in modo non normale”. La 18enne crede di avere consumato la cosiddetta ‘droga dello stupro’, “che con l’alcol non si può avvertire”. Con lei c’era una amica, avevamo deciso di andarcene ma siamo finite col separarci. Lei era andata a recuperare i telefonini e poi non mi ha trovata più. Aveva chiesto informazioni al bodyguard, sentendosi dire però che non doveva disturbare”. Da lì in poi è cominciato un incubo lungo addirittura 20 ore, con la 18enne rimasta praticamente prigioniera di Alberto Genovese. Situazione della quale ha solo qualche ricordo frammentato.

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“Credevo che mi avrebbe ammazzata”

Inquirenti e psicologi le hanno consigliato di non rivedere le immagini in cui viene violentata, che Genovese aveva registrato su un telefono cellulare sequestrato nel corso delle indagini”. Ne è uscita da lì con lividi e dolori. “E quando lui ha capito che volevo andarmene è diventato violento, mi ha tirata per i capelli sbattendomi a terra. Pensavo che mi avrebbe uccisa”.

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L’intervento dell’altra amica, chiamata via telefonino, ha sbloccato la situazione. “Lei ha minacciato di chiamare la polizia”. Nella borsetta della 18enne c’erano dei soldi, che quest’ultima sostiene di avere scoperto successivamente. “Pensate che me ne sono andata con dei vestiti trovati per caso in un armadio. E sono scappata via. Alla vista dei miei amici ho pianto ed abbiamo fermato una volante in strada”.