Vaccino Covid, Remuzzi: “L’Italia si sforzi a produrlo invece di comprarlo”

Sul vaccino Covid si esprime il professor Remuzzi, che illustra i punti di forza del piano italiano ma anche i traguardi da raggiungere.

vaccino Covid Italia Remuzzi
Remuzzi parla del vaccino Covid FOTO Getty Images

Il piano per potenziare la distribuzione del vaccino Covid è in fase di divenire. Ed il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Negri, parla al Corriere della Sera dell’importanza di immunizzarsi contro il virus. Il mondo si trova già a buon punto dal momento che può contare su più di un ritrovato, con diversi altri in arrivo.

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Ma a suo dire serve uno sforzo ulteriore da parte della comunità, per velocizzare la possibilità che il giorno in cui questo incubo finisca risulti essere il più veloce possibile. E proprio il vaccino Covid è la soluzione, assieme all’immunità di gregge che però per Remuzzi è impossibile stabilire quando potrà essere raggiunta. “Ad oggi stiamo sottoponendo a vaccinazione 400mila persone a settimana, ma non basta. Ed è impensabile arrivare a 50 milioni di vaccinati per la primavera inoltrata”. Ad ogni modo, con questo ritmo l’Italia è lo stato più veloce in Europa a fare progredire il proprio piano di prevenzione contro la malattia. Occorre stabilire una ulteriore strategia per il breve termine, allo scopo di impedire che le vaccinazioni si protraggano addirittura per anni. Remuzzi analizza una problematica di fondo che riguarda la produzione.

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Vaccino Covid, cosa dovrebbe fare l’Italia per Remuzzi

Pfizer Biontech non riesce a reggere oltre ad un certo ritmo, per cui ben vengano accordi con altri soggetti. E bisogna fare in modo che tutti i siti produttivi del mondo si concentrino sulla realizzazione delle dosi necessarie, “meglio se sotto l’egida dell’Oms e dei suoi enti subordinati”. Il professore pensa anche a quanto sarebbe utile destinare anche 2 o 3 miliardi di euro dal Mes alla realizzazione di un sito di produzione del vaccino Covid in Italia. “Siamo tra le più attive industrie farmaceutiche al mondo, con l’11% di produzione di farmaci nel mondo. Eppure il nostro Paese è fuori dalle dinamiche produttive del vaccino. Ma più in generale, ogni Paese deve sforzarsi per collaborare con gli altri. L’Europa già ha capito che occorre agire unita. Ma per quanto riguarda l’Italia, essere solo finanziatori ed acquirenti e non anche produttori è una debolezza”.

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“Il virus probabilmente circolava già da prima dell’inverno 2019 da noi”

Molto si sta dibattendo anche sul ritardo accusato da AstraZeneca nella realizzazione del suo vaccino Covid. Il via libera garantirebbe invece ulteriori 15 milioni di dosi nel breve periodo. Dal momento che ogni persona deve sottoporsi a due vaccinazioni per essere protetta, c’è bisogno di più unità possibili, “anche dopo 120 giorni di distanza, perché comunque il solo primo vaccino ci pone in una condizione di sicurezza alquanto elevata”.

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Secondo Remuzzi, sarebbe un grandioso traguardo arrivare ad almeno il 50% della popolazione sottoposta a vaccinazione. È dell’11 gennaio la scoperta di una ragazza risultata positiva già a novembre 2019, con la ferma convinzione che ci fossero altri individui infetti anche nelle settimane precedenti. “Questo dimostra che il virus è tra noi già da più tempo. Non a caso poi tale scoperta arriva dalla Lombardia, che ha fatto da epicentro della pandemia in Italia”.