Marco Vannini, la crudeltà di Antonio Ciontoli: mentre moriva lo rimproveravano per le urla

Secondo i giudici che hanno scritto la sentenza d’appello bis sul caso di Marco Vannini ci furono “crudeltà e depistaggi”: ecco le motivazioni. 

“Preferirono lasciarlo morire”. Pesano come pietre le parole dei giudici della Corte di Assise di Appello nelle motivazioni della sentenza del processo di secondo grado bis sulla morte di Marco Vannini. Sentenza che il 30 settembre scorso ha portato alla condanna di Antonio Ciontoli a 14 anni e i suoi familiari a 9 anni e 4 mesi per per concorso anomalo in omicidio volontario. Secondo i magistrati ci furono “crudeltà e depistaggi”.

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Nessuna pietà per il povero Marco Vannini

I giudici della Seconda Corte d’Assise d’Appello di Roma si sono convinti che i Ciontoli abbiano scelto di lasciar morire Marco Vannini, che “era l’unico in grado di porre in crisi la costruzione di un omicidio per colpa” ed ecco perché “il suo decesso, in termini di mera convenienza personale, era da preferire alla sua sopravvivenza”. Risultato questo che “Ciontoli sembrava aver raggiunto a seguito della sentenza di secondo grado, annullata dalla Suprema Corte, laddove il reato di omicidio doloso era stato derubricato”.

Gli stessi giudici spiegano come Antonio Ciontoli abbia cercato di nascondere il ferimento in ogni modo: “Era convinto di riuscire a sanare tutte le possibili contraddizioni perfettamente consapevole che rispondere a titolo di colpa non sarebbe stato poi così grave una volta che comunque ormai il fatto era successo e risaputo da troppe persone”.

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Quanto ai familiari Federico e Martina Ciontoli e Maria Pezzillo, condannati per concorso anomalo, “sebbene tutti si siano potuti rendere conto della gravità della ferita inferta a Marco Vannini e delle due sempre più gravi condizioni di salute, la figura autoritaria di Antonio Ciontoli, il suo carisma e le sue continue rassicurazioni rivolte ai propri familiari unitamente alla diversità di età ed esperienze della moglie e dei due figli rispetto a quelle del marito e padre, militare di carriera e addetto ai servizi di sicurezza del servizio segreto, il diverso ruolo svolto dai singoli familiari compartecipanti non consentono di ravvisare senza dubbio dubbio alcuno l’elemento del dolo anche eventuale con riferimento alla morte che Anotnio Ciontoli si è certamente rappresentato accettandolo, essendo, invece, assolutamente certa, alla luce di tutti gli elementi raffigurati a loro carico, una accettazione da parte di detti familiari di un evento meno grave e diverso da quello ravvisato ed accettato da Antonio Ciontoli, cioè quello delle lesioni anche gravi”.

La Corte punta inoltre l’indice sulle “spiegazioni inverosimili degli atteggiamenti da loro assunti che in taluni momenti rasentano una vera e propria crudeltà nei confronti di un ragazzo ferito che urla di dolore e viene rimproverato per questo motivo”. Tutto ciò porta a “ipotizzare che la scelta di un comportamento di un certo tipo fu del capo famiglia e cioè di Antonio Ciontoli al quale tutti aderirono consapevolmente pur non potendosi non rendere conto delle conseguenze che avrebbe avuto lo stesso, accettandone il rischio e le conseguenze”. Il resto, purtroppo, è cronaca.

EDS