Ernő Erbstein, chi era il mitico allenatore del Grande Torino: la sua storia

Ernő Egri Erbstein è stato un grande calciatore e allenatore di calcio ungherese, scomparso nella tragedia di Superga. Ecco tutto quel che c’è da sapere su di lui.  

Il nome di Ernő Egri Erbstein è entrato nella storia del calcio. Il grande calciatore e allenatore di calcio ungherese, scomparso nella tragedia di Superga, è diventato un mito soprattutto grazie alle imprese compiute con il Grande Torino. Conosciamolo più da vicino.

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L’identikit di Ernő Erbstein

Ernő Egri Erbstein nasce il 13 maggio 1898 8 in una famiglia ebraica a Nagyvárad – l’odierna Oradea – in Transilvania, all’epoca provincia ungarofona dell’impero absburgico e oggi in Romania. Quando ha due anni la sua famiglia si stabilisce Budapest e lì cresce, diplomandosi alla locale scuola superiore di educazione fisica ed entrando nell’associazione locale di atletica, il Budapesti Atle’tikai Klub, che conta anche una squadra di calcio, il BAK Budapest, che lo ingaggia nel ruolo di mediano e dove resta dal 1915 al 1924. Dopo il diploma inizia a lavorare come agente di borsa e, anche se il calcio passa in secondo piano, milita sempre nelle file del BAK. Nel 1924 però l’Olympia Fiume, oggi Fiumana, lo nota e lo porta in Italia, dove gioca con diverse squadre. Nel 1926, durante il suo soggiorno a Vicenza, sposa Jolanda Hunterer, che aveva conosciuto in Ungheria; il 18 febbraio dello stesso anno nasce a Budapest, la loro prima figlia, Susanna, in seguito diventata una rinomata ballerina, coreografa e maestra di danza classica.

La carriera di Erbstein è ostacolata dal fascismo e per questo e altri motivi decide di trasferirsi negli Stati Uniti, dove lavora e gioca un paio d’anni. Poi la crisi nell’attività borsistica lo porta a chiudere la sua carriera con il calcio giocato e a rientrare in Ungheria, dove riversa tutte le sue energie nello studio del calcio come fenomeno, nelle tattiche di gioco e nella preparazione fisica degli atleti. La sua prima esperienza in panchina è con la U.S.F. De Pinedo di Andria (antenata della Fidelis Andria), formazione pugliese fondata negli anni ’20 che partecipava a campionati non ufficiali. Nel 1928, la dirigenza del Bari lo chiama ad allenare la squadra nella Divisione Nazionale, dove chiude la stagione in tredicesima posizione. Sull’onda del successo ottenuto seguono molti altri ingaggi, ultimo quello con la Lucchese, fino all’emanazione delle prime Leggi razziali fasciste del 1938, che lo colpiscono direttamente. E’ allora che decide di accettare l’offerta della dirigenza piemontese dei granata a guidare il Torino: il trasferimento sarebbe servito anche a giustificare l’iscrizione delle sue figliole in una nuova scuola privata.

All’apice delle persecuzioni nazifasciste Erbstein è costretto a mettersi in viaggio verso Rotterdam, ma non arriverà mai a destinazione: il treno su cui viaggia viene fermato a Kleve, sul confine tra Germania e Paesi Bassi e non gli è permesso di entrare in Olanda (nonostante il visto rilasciato dal consolato e il contratto già firmato con il Feyenoord). È quindi obbligato a passare diversi mesi in Germania, dove però, in quanto ebreo, non viene accolto praticamente da nessuno. L’unica soluzione, quindi, è quella di ritornare a Budapest, dove vivevano ancora alcuni suoi parenti. Il 18 marzo 1944 le truppe tedesche invadono l’Ungheria. Ernest viene internato in un campo lavoro finalizzato alla costruzione di strade e ferrovie, ma scampa alle prime ondate di deportazioni. La figlia Susanna, invece, riesce a farsi accogliere in un pensionato per ragazze cattoliche nella periferia di Budapest, dove porta anche la madre. Dopo l’assalto del pensionato da parte delle truppe tedesche, le due ragazze sono costrette a fuggire, per raggiungere la sorella di Jolanda, che farà ottenere loro dei documenti falsi. Anche Erbstein riesce a fuggire e a ricongiungersi con la famiglia.

Di avventura in avventura, Erbstein riesce a tornare con la sua famiglia in Italia, dove viene nascosto dal presidente granata Ferruccio Novo fino al termine della guerra. Poi, finalmente, fa il suo ritorno nella squadra che nel frattempo aveva vinto l’ultimo campionato disputato, quello del 1942/43, in qualità di consulente prima e di direttore tecnico poi. È il periodo del Grande Torino. Il club vince subito lo scudetto, battendo all’ultima giornata il Livorno per 9-1. Nei quattro anni successivi, durante i quali i granata vincono sempre il tricolore, la squadra diretta da Egri Erbstein colleziona numerosi record grazie a un gioco spiccatamente offensivo, a una preparazione fisica mirata e a uno studio specifico dei movimenti in campo, ma soprattutto all’affiatamento tra i giocatori. La sua formazione è considerata da molti come la squadra più forte d’Europa: non a caso la maggior parte dei giocatori della Nazionale di allora veste la maglia del Torino. Il 4 maggio del 1949, però, Erbstein, insieme a tutto il Grande Torino, perde la vita nella tragedia di Superga, quando l’aereo su cui la formazione viaggiava dopo un’amichevole a Lisbona si schianta contro il bastione della Basilica piemontese. Nove giorni dopo avrebbe festeggiato il suo 51° compleanno.

EDS