Giada Vitale vittima di abusi in sagrestia: condannato a 4 anni il parroco

Il parroco Don Marino è stato condannato in via definitiva a 4 anni di carcere per gli abusi ai danni di Giada Vitale.

Il dramma di Giada Vitale è cominciato quando aveva appena 13 anni. La ragazza veniva da una situazione familiare complicata: rimasta orfana di padre, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza con la nonna. Dalla donna aveva imparato i valori cristiani e da lei aveva appreso che il sacerdote era una sorta di secondo padre, una guida sulla quale fare affidamento. Così Giada ha cominciato a frequentare l’oratorio e cantare per il coro della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Portocannone (Sassari).

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Il parroco locale, Don Marino, mostra sin da subito un interesse particolare nei suoi confronti. Le parla, le dà consigli ed instaura un rapporto colloquiale. Con il passare del tempo la loro frequentazione in sagrestia diventa esclusiva ed è proprio in quella circostanza che l’uomo la induce ad avere un rapporto sessuale con lui. Giada aveva solamente 13 anni e il prete ne aveva 55. Dopo il primo rapporto ne seguirono molti altri e per anni gli abusi sono andati avanti, finché la ragazza non ha trovato il coraggio di sottrarsi e denunciarlo.

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Abusi Giada Vitale, la Cassazione conferma la condanna a 4 anni per il parroco

Le prove contro Don Marino erano schiaccianti e durante il processo di primo grado il sacerdote è stato condannato a 6 anni di reclusione per abusi sessuali ai danni di una minore. La pena è stata ridotta nel processo d’appello a 4 anni e 10 mesi, poiché il giudice ha ravvisato la mancanza di violenza nei rapporti. Secondo la corte, insomma, il rapporto tra i due è stato consenziente e sono dunque punibili solo i rapporti avuti prima del raggiungimento del 14° anno di età, soglia in cui per legge si raggiunge la consapevolezza delle proprie azioni.

La decisione aveva fatto discutere in tutta Italia, tanto che il caso era stato portato in parlamento dall’onorevole Ascari del M5S ad inizio settembre di quest’anno. Nonostante le perplessità generali sulla capacità di un’adolescente di decidere cosa sia meglio in una situazione del genere, la sentenza è stata confermata dalla Cassazione.