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Moshe Bejski, chi era: storia del magistrato ebreo sopravvissuto ad Auschwitz

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:32
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Moshe Bejski è stato un magistrato israeliano, superstite dell’Olocausto. Ecco tutto quel che c’è da sapere su di lui. 

La vita di Moshe Bejski è stata profondamente segnata dalla tragedia dell’Olocausto, di cui è stato uno dei pochi sopravvissuti. E’ alla luce di quella terribile esperienza che ha deciso di diventare un magistrato e battersi per una giustizia vera, fino a diventare Presidente della Commissione dei Giusti tra le nazioni di “Yad Vashem”. Conosciamolo più da vicino.

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La grande lezione del “Giusto” Moshe Bejski

Moshe Bejski nacque a Działoszyce il 29 dicembre 1921, borgo di diecimila anime vicino a Cracovia, da genitori ebrei. Durante l’infanzia fece una doppia vita: il mattino frequentava la scuola statale, il pomeriggio quella ebraica. Suo padre, Ben-Ziot, era un sarto povero ma molto religioso e attento all’educazione dei suoi quattro figli. A 13 anni Moshe si trasferì a Cracovia dove, per poter frequentare il Ginnasio, svolse diversi lavori fino trovare definitivamente impiego in una tipografia.

In quegli anni la comunità ebraica era vista di cattivo occhio, e proprio per questo Moshe aderì con convinzione al gruppo sionista della città, pensando che gli ebrei non avrebbero potuto vivere in pace se non in uno Stato solo ebraico. Un problema cardiaco, tuttavia, gli impedì di partire con altri sionisti verso un Kibbutz in Palestina. Moshe rimase dunque in Polonia e assistette all’invasione nazista nel 1939.

Moshe si accorse della tragedia che stava per accadere quando un’ambulanza tedesca si rifiutò di soccorrere alcuni ebrei feriti in un bombardamento. Nel 1942 la situazione degli ebrei nel peggiorò drasticamente per via della crescente ostilità da parte dei polacchi, e cominciò a circolare voce di un’imminente deportazione. Il 3 settembre 1942, infatti, i tedeschi ordinarono a tutti gli ebrei di Dzialoszyce di radunarsi nella piazza alle due in punto con una tuta da operaio e un sacco di non più di trenta chili. Dopo una prima divisione una parte fu caricata su un treno mentre un gruppo di mille persone (anziani, bambini e malati) non fu nemmeno fatta partire.

Moshe fu trasferito in vari campi di lavoro nei dintorni di Cracovia da uno dei quali (Miechowitz) riuscì poi a fuggire, rifugiandosi in un sottotetto insieme ad altre quindici persone. Seguirono diversi altri spostamenti, quindi il ritorno al campo di lavoro da cui era scappato, senza che nessuno si fosse accorto di niente. Nell’aprile del 1944 furono trasferiti ad Auschwitz 1.200 adulti e 250 bambini.

Moshe venne a sapere di una fabbrica in cui le razioni di cibo erano quantomeno decenti e gli orari di lavoro più umani, diretta da un imprenditore tedesco nato in Cecoslovacchia di nome Oskar Schindler. Moshe, in quanto tecnico specializzato, poteva accedervi, ma dovette corrompere un kapò per poter portare con lui anche i suoi due fratelli. Una volta giunto nella fabbrica di munizioni Bejsky, divenne esperto nel falsificare documenti e lasciapassare. L’attività di salvataggio andò avanti fino al 9 maggio 1945, quando l’Armata Rossa entrò nel campo di Brinnlitz liberando gli operai.

Dopo la fine della guerra Moshe riprese la sua attività da sionista e si dedicò poi a organizzare il trasporto di molti ebrei (soprattutto nordafricani) in Israele, dove si trasferì anche lui una volta ottenuta la laurea in Giurisprudenza a Parigi. Cominciò a lavorare per uno studio legale e a comportarsi come un ebreo arrivato prima della guerra finché non fu chiamato a testimoniare al processo Adolf Eichmann. In quell’occasione si rese conto che in Israele non si aveva un’idea veritiera di cosa era stata la Shoah.

Bejsky decise quindi di diventare magistrato e di far conoscere al suo paese e anche al mondo intero la storia del suo salvatore, convincendo – non senza fatica e difficoltà – i suoi compatrioti a ricordare non solo il male, ma anche il bene che si è ricevuto. Nel 1962 Schindler arrivò a Tel Aviv e fu accolto da 200 ebrei all’aeroporto, tra cui anche Moshe. Il quale scrisse poi un libro (Il tribunale del bene) che ispirò anche un celebre film.

Bejski entrò inoltre a fare parte della commissione dei Giusti, sostenendo che andassero considerate tali tutti coloro che, pur non essendo perfetti, avevano agito secondo coscienza e rischiato la propria vita per salvare quella altrui. Bejski, per dirla con una battuta “amava gli uomini non cercava i santi”. Dal 2003 Moshe Bejski è onorato al Giardino dei Giusti di Milano. Si è spento a Tel Aviv il 6 marzo 2007, ma la sua lezione è viva ancora oggi: il 10 maggio 2012, accogliendo l’appello fatto da Gariwo la foresta dei Giusti, il Parlamento europeo ha stabilito la data del 6 marzo – scelta proprio in onore di Moshe Bejski – come commemorazione annuale della Giornata europea dei Giusti.

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EDS