Ragazza vergine | grave scoperta alla prima notte | “Un inferno”

Si sposa a 23 anni scegliendo di preservare la propria castità fino alla luna di miele, ma per questa ragazza comincia un vero e proprio incubo.

ragazza vergine
Una ragazza vergine fino al matrimonio va incontro a problemi enormi FOTO viagginews

Stephanie Muller era una ragazza vergine, cresciuta in una famiglia cristiana. Ha deciso di volere restare illibata fino a quando non si sarebbe sposata. Questa 23enne statunitense ha infine incontrato Andrew, 31 anni, colui che sarebbe diventato suo marito.

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Si sono sposati a New York, dopo due anni di fidanzamento e scegliendo di volere fare coincidere la loro prima notte con la prima volta che avrebbero dormito insieme a letto nella loro luna di miele. Ma quando hanno provato, la penetrazione è risultata troppo difficile e Stephanie ha contratto una grave infezione da lievito. A nulla sono valsi i medicinali somministratigli. Questa dolorosa condizione è durata per più di tre mesi. Ad un successivo esame pelvico, la ragazza vergine urlò dal dolore. Ha riprovato ad avere un rapporto, dopo che finalmente questa infezione è rimasta alle spalle. Ma di nuovo non è andata bene. A gennaio del 2018 un ginecologo le aveva riscontrato una strana patologia nota come ‘vaginismo’.

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Ragazza vergine, la scelta di restare casta diventa controproducente

Si tratta di una condizione fisica per la quale la vagina si restringe improvvisamente. Stephanie ha detto che la sua diagnosi ha richiesto molto tempo perché non si era accorta che si trattava di un problema fino a quando non lo ha scoperto solamente dopo il suo matrimonio. “Restare illibata per la prima notte di nozze è stata una mia scelta personale. Volevo farlo solamente con colui che sarebbe diventato mio marito”, spiega la ragazza. “Personalmente credo che un rapporto carnale sia una cosa molto intima e speciale. Non volevo condividere il mio corpo se non con colui che avrebbe finito per sposarmi. Nonostante l’eccessivo attaccamento alle tradizioni o il bigottismo, ho sentito che la castità fino al momento giusto sarebbe stata la cosa migliore per me”. Dopo la sua diagnosi, Stephanie si è rivolta al Vaginismus and Women’s Therapy Center, ma tale scelta non sarebbe stata coperta dall’assicurazione sanitaria per quanto riguarda le spese affrontate.

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Ogni rapporto le causava grandi dolori

La giovane ha iniziato ad assumere il Vicodin, un medicinale usato per alleviare il dolore e che le avrebbe consentito di avere dei rapporti senza problematiche con il marito. “Mi sono vergognata con mio marito per l’impossibilità di potere avere rapporti. Era quasi come vivere con un coinquilino piuttosto che con un compagno di vita. Siamo giunti al punto da avere paura di riprovare ancora ad avere un rapporto. Era troppo lo spavento di andare incontro ancora una volta ad un buco dell’acqua”. Infine, a settembre 2018, la coppia ha voluto confrontarsi in maniera seria sull’argomento. “Entrambi abbiamo deciso che la mia patologia non avrebbe dovuto condizionarci. Questo ci ha davvero aiutato a guarire emotivamente. Ho acquistato un set di dilatatori online fornito con un paio di libri, ma personalmente non li ho trovati utili”.

“La mia patologia rischiava di travolgerci”

Stephanie alla fine è stata curata presso il Women Therapy Center di Plainview, New York, e ha detto che lì l’hanno aiutata davvero. “Mio marito ed io siamo andati al nostro appuntamento di consultazione a gennaio 2019, abbiamo iniziato le cure a fine marzo e le abbiamo terminate con profitto a maggio. Il vaginismo comporta non solo disagi fisici ma anche psicologici. Come isolamento e vergogna. Ma occorre non chiudersi e non lasciarsi travolgere. Io ed Andrew sentivamo di avere perso questa battaglia e che avremmo sofferto per sempre per questa cosa. Mio marito è stato unico, speciale, nel darmi sempre supporto. Ogni volta che incolpavo me stessa lui mi incoraggiava e mi diceva che nessuno dei pensieri negativi che avevo su di me era vero. E che mi amava sempre di più”.

“Non bisogna avere vergogna”

“Mi ha anche accompagnato ad ogni mio appuntamento in clinica, pur non essendo necessario”. Ora Stephanie ha affermato di volere aiutare altre persone che si trovano nella sua stessa situazione. “È un mio grande sogno, voglio impegnarmi per gli altri. C’è una grande mancanza di consapevolezza su questa patologia, ed al tempo stesso anche tanta paura. Ma voglio dire a chi è coinvolto in tutto questo che c’è sempre speranza. Che non si è mai soli e che la malattia non deve vincere. Parlarne e prenderne consapevolezza è il primo passo per vincere”.