Jonestown: la verità sul più grande suicidio collettivo della storia moderna

Quarant’anni dopo cosa rimane del drammatico suicidio-omicidio collettivo di massa di Jonestown? Ecco tutto quel che c’è da sapere. 

Era il 18 novembre 1978 quando a Jonestown, nella giungla della Guyana, 909 adepti di un culto religioso con connotazioni politiche morirono in un suicidio-omicidio di massa, ingerendo una cocktail di frutta contente cianuro, su un ordine del predicatore Jim Jones. Tra di loro c’erano 219 bambini, ma anche uomini, donne, anziani, tutti seguaci del “Tempio del popolo” (“People’s Temple”), un movimento di volontariato laicale  legato alla chiesa dei Discepoli di Cristo e ispirato a politiche socialiste, fondato dallo stesso Jones. A Jonestown la setta aveva avviato un progetto per la costituzione di una comunità agricola, poi sfociato in tragedia. Cosa accadde realmente in quel giorno infernale? Scopriamolo insieme.

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La follia di Jonestown

James Warren Jones era nato il 13 maggio 1931 nella cittadina di Crete, in Indiana. Diventò molto presto un membro della comunità pentecostale, attratto da forme di adorazione molto “fisiche”, entusiastiche e concrete. Studiò pedagogia all’Università dell’Indiana e a 21 anni iniziò a fare il pastore alla Somerset Methodist Church di Indianapolis. Nel 1954 fondò la sua chiesa, chiamata “Ali della liberazione” (“Wings of Deliverance”)  e due anni dopo comprò un edificio più grande per poter ospitare un numero crescente di seguaci, il Peoples Temples Full Gospel Church. Più avanti il pensiero religioso di Jones mutò radicalmente: sostenne che la “Bibbia uccide” e scrisse un libretto nel quale si identificava con il Messia del Cristianesimo, presentandosi come l’uomo dei miracoli, capace di premonizioni, guarigioni e di resuscitare i morti.

Jones iniziò anche a fare massiccio uso di farmaci, in particolare di anfetamine, per reggere agli impegni nella comunità e dimostrare che non aver bisogno di sonno – ma anche per “punire” al momento opportuno chi si era dimostrato poco convinto delle capacità sovrannaturali del leader, per esempio avvelenando i cibi nel corso di una festa. Nel frattempo la sua popolarità crebbe a dismisura, fin quando i suoi seguaci si trasferirono nella giungla della Guyana, grazie a una concessione ottenuta nel 1974 dal governo locale, in un territorio al confine con il Venezuela, per dare vita a un “progetto agricolo”, fondando una nuova città: Jonestown.

I membri di Joneston venivano indottrinati con toni millenaristici, ricorreva a tecniche di lavaggio del cervello da regime autoritario. I fedeli di Jones erano convinti che la Bibbia, e in particolare il Vecchio testamento, era stata scritta dai bianchi per giustificare la schiavitù e l’oppressione dei neri, e dunque che si trattasse di un libro razzista, sessista, imperialista e anti-progressista. Jones lo considerava responsabile della mancata realizzazione della felicità umana e un ostacolo allo sviluppo del cristianesimo e del socialismo. Solo dopo una serie di pressioni e denunce il Congresso degli Stati Uniti aprì un’indagine.

Così, il 17 novembre 1978 una delegazione si recò a Jonestown. A guidare la missione nel Tempio del popolo fu il deputato Leo Ryan, accompagnato da familiari di membri del movimento e giornalisti. Il viaggio che si concluse in un bagno di sangue: sulla pista di decollo nella vicina Port Kaituma, al momento della partenza del gruppo, il servizio della setta aprì il fuoco sulla delegazione, uccidendone cinque esponenti, tra cui il deputato Ryan. Subito dopo l’attacco, il reverendo Jim Jones convocò un’assemblea generale dei suoi seguaci durante la quale chiese ai membri del movimento di procedere a un “suicidio di massa per la gloria del socialismo”.

Di quella terribile richiesta, che da lì a poche ore portò alla morte di oltre 900 persone, è rimasta traccia in una registrazione audio dell’ultima assemblea degli adepti del Tempio del popolo e nel racconto dei pochi sopravvissuti che, per loro fortuna, in quel momento non si trovavano a Jonestown. La maggior parte dei seguaci si suicidò ingerendo una bevanda aromatizzata con del Flavor-Aid, al sapore di uva. Chi non eseguì l’ordine fu ucciso a colpi d’arma da fuoco, mentre gli ultimi rimasti in vita, tra cui lo stesso Jim Jones e la moglie, si suicidarono con un colpo di revolver. Drammatiche più di tutte le testimonianze che raccontano di madri che spontaneamente fecero ingerire la letale bevanda ai propri figli.

I pochi sopravvissuti hanno poi descritto Jonestown come una commistione di carcere, idealismo bucolico e laboratorio di integrazione razziale. Il predicatore era riuscito a coinvolgere i suoi seguaci in una vita completamente comunitaria e questi difficilmente sviluppavano il desiderio di andarsene. Chi decideva di farlo – i “disertori” – doveva vedersela con la repressione della polizia informale del Tempio del popolo. Sembra la trama di un romanzo distopico, invece è stato tutto drammaticamente vero. Quel 18 novembre 1978 a Jonestown ha segnato l’evento che ha visto morire il maggior numero di cittadini americani in tempo di pace per cause diverse da quelle naturali, climatiche o geologiche, fino agli attentati alle Torri Gemelle.

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EDS