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Giuseppe Pinelli, chi è l’uomo morto durante gli interrogatori su Piazza Fontana

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:55
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Giuseppe Pinelli è morto 3 giorni dopo la strage di Piazza Fontana, durante gli interrogatori della Polizia che lo riteneva colpevole dell’attentato.

Nato a Milano nel 1928, Giuseppe Pinelli era entrato a far parte della Brigata Autonoma Franco durante gli anni della Resistenza. Conclusa la guerra, aveva preso un posto di lavoro come ferroviere ma non aveva abbandonato l’attività politica. Da partigiano di tramutò in anarchico e divenne ben presto l’animatore del gruppo Ponte della Ghisolfa. Negli anni ’60 era al centro delle rivendicazioni dei lavoratori e dei proletari. Nel 1968 è stato il primo a sostenere la necessità della ricostruzione dell‘Unione Sindacati Italiani.

Proprio per la sua attività politica e le sue rivendicazioni sociali, Pinelli è stato uno degli 89 arrestati la sera del 12 dicembre 1969, giorno della strage di Piazza Fontana. Gli agenti ritenevano che potesse essere lui l’artefice dell’attentato, motivo per cui lo trattennero illegalmente oltre le 48 ore di fermo consentite dalla legge. La notte tra il 15 ed il 16 dicembre, Giuseppe Pinelli precipita da una finestra della Questura e due ore dopo muore nell’ospedale Fatebenefratelli.

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Giuseppe Pinelli: il processo e la causa della morte

Nelle ore immediatamente successive alla morte di Pinelli viene sostenuto dalle forze dell’ordine che l’uomo si è volutamente suicidato durante l’interrogatorio. Secondo quella versione non avrebbe avuto un alibi per l’ora dell’attentato e questo lo avrebbe spinto a quel gesto. Già il 16 dicembre le accuse a suo carico, però, erano cadute, visto che un tassista aveva accusato Valpreda (successivamente assolto) di aver portato l’ordigno a Piazza Fontana. La versione del suicidio non convinceva e venne richiesta un’autopsia sul corpo di Pinelli. La richiesta, presentata dal magistrato Biotti, venne però ricusata.

Le polemiche sull’andamento dell’indagine continuarono per tutto il 1970, grazie anche all’azione incessante di organi di stampa come Lotta Continua e della moglie della vittima. Nel 1972 venne deciso di riaprire l’indagine e stabilita la riesumazione del cadavere. Secondo l’accusa la morte poteva essere stata causata da un colpo ricevuto al viso. La seconda autopsia sul cadavere confermò i risultati della prima, ovvero che non c’era stato un trauma contusivo da pestaggio. Il processo si chiuse nel 1975 e venne stabilito che la morte fu dovuta ad un malore.