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Marieke Vervoort, chi è l’atleta paralimpica che ha scelto l’eutanasia a 40 anni

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:01
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Marieke VervoortMarieke Vervoort è morta a 40 anni dopo aver scelto di sottoporsi all’eutanasia in Belgio: scopriamo chi è e perché ha compiuto questo passo.

La scelta di porre fine alla vita di Marieke Vervoort, atleta paralimpica che ha vinto diverse medaglie alle paralimpiadi, fa commuovere e discutere. La donna, 40 anni, aveva deciso che la sua vita sarebbe terminata attraverso l’eutanasia già nel 2008, anno in cui nel suo Belgio la pratica era già legale. L’aver firmato quelle carte per Marieke era stato uno sprone per continuare a vivere e perseguire gli obiettivi, qualche anno fa infatti aveva dichiarato: “Se non avessi ottenuto quei documenti (eutanasia) penso che mi sarei già suicidata, perché è molto difficile vivere con così tanto dolore e sofferenza e questa insicurezza. So che quando sarà abbastanza per me, ho quei documenti”.

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Marieke Vervoort, chi è l’atleta morta attraverso l’eutanasia

La scelta di Marieke è stata compiuta con la consapevolezza che un giorno non sarebbe più riuscita a vivere senza soffrire. La donna era affetta da una malattia muscolare degenerativa che era cominciata con dolori lancinanti alle gambe ed era proseguita con la paralisi agli arti inferiori. L’impossibilità di camminare non l’aveva abbattuta, anzi l’aveva spronata a competere: la Vervoort giocava a basket in carrozzina, praticava il nuoto ed il triathlon. La passione per lo sport l’aveva portata a competere a livello internazionale dove ha ottenuto grandissimi risultati.

Alle paralimpiadi di Londra ha ottenuto un oro nei 100 metri T52, un argento nei 200 metri T52. Quattro anni più tardi a Rio de Janeiro sono arrivati l’argento nei 400 ed il bronzo nei 100. Già allora però la malattia era peggiorata, Marieke era affetta da attacchi epilettici sempre più frequenti e la vista le si era appannata. Al termine della competizione, infatti, ha annunciato il ritiro: “Mi godrò ogni piccolo momento della mia vita e aggiungerò più energia alla mia famiglia e ai miei amici, cosa che non potevo fare prima perché dovevo allenarmi ogni giorno”.

Sono passati altri 3 anni prima che decidesse che era giunto il momento di porre fine alla propria vita. Il motivo di quella decisione lo ha spiegato sempre a Rio, quando ha dichiarato: “Quando avrò più giorni brutti che buoni, allora ho già i miei documenti di eutanasia, ma il tempo non è ancora arrivato”. Negli undici anni trascorsi dalla firma di quei documenti l’atleta non ha mai avuto ripensamenti. Marieke infatti non vedeva l’eutanasia come suicidio o omicidio, ma semplicemente come riposo dalle sofferenze.