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Via D’Amelio, Murana 18 anni in carcere da innocente: “Vermi e preservativi nel cibo” – FOTO

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:10
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via d'amelio borsellino murana
In carcere da innocente per 18 anni dopo via D’Amelio, la vicenda di Gaetano Murana – FOTO: screenshot

Gaetano Murana venne accusato ingiustamente da un pentito di mafia di aver partecipato alla strage di via D’Amelio in cui morì il giudice Borsellino.

Ha trascorso 18 anni in carcere da innocente per la strage di via D’Amelio, Gaetano Murana, detto Tanino. Oggi lui di anni ne ha 60 e ha lasciato il carcere nell’ottobre 2011, ma un terzo della sua vita è passato in maniera opprimente, in un lungo tunnel all’interno del quale non c’erano nient’altro che rassegnazione e disperazione. Tutto ciò che aveva ottenuto con tanti sacrifici era svanito. “L’unica cosa certa è che la mia vita è stata demolita per sempre, divorata da una giustizia ingiusta”, dice lui all’AdnKronos. “Non ho visto mio figlio crescere, se non qualche volta attraverso un vetro. E mia moglie è ridotta in sedia a rotelle per via di un ictus cerebrale. In più non ho un lavoro. Che vita è questa?”, domanda lui, ex netturbino dell’Amia a Palermo. A puntare il dito contro di lui, chissà perché, fu l’ex pentito di mafia, Vincenzo Scarantino, che lo tirò in ballo all’indomani della strage di via D’Amelio in cui vennero assassinati il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Quell’accusa portò ‘Tanino’ ad avere una condanna all’ergastolo, poi annullata nel processo di revisione ed il procuratore generale si scusò con me”.

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Via D’Amelio, tutto avvenne all’alba per Tanino

“Piansi, perché mai nessuno fece un atto simile nei miei lunghi 18 anni passati in carcere da innocente”. Gaetano Murana ricorda tutto con precisione. “Era il 17 luglio 1994, c’era Italia-Brasile in televisione per la finale dei Mondiali negli Stati Uniti. Mia moglie stava sparecchiando e nostro figlio di neppure un anno dormiva nella culla. Nel notiziario tra primo e secondo tempo venne data la news relativa al pentimento di Vincenzo Scarantino, che io conoscevo di vista. Abitavamo anche a breve distanza ma io non l’ho mai frequentato. Poche ore dopo sorse il mio inferno”. Il racconto continua: “All’alba andai al lavoro, imboccai un controsenso con l’auto e mi fermarono dei poliziotti. Pensavo che fosse per quel motivo, mi chiesero i documenti. E poi mi portarono via. In quei 18 anni ho subito umiliazioni e torture di ogni tipo. Mi portarono in Questura con lampeggiante e sirena, indossarono i passamontagna, ed io non capii più niente. Poi mi picchiarono fino a farmi svenire, ed io rantolavo a terra e non sapevo perché”.

“Mettevano vermi, scarafaggi e preservativi usati nel mio cibo”