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Lance Armstrong, il tumore e il doping: poi la squalifica a vita

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La storia dell’ex ciclista Lance Armstrong è tra le più controverse della storia dello sport. Ecco cos’è successo veramente.

Lance Armstrong è tra i protagonisti del nuovo programma di Giampiero Mughini che racconta storie di vari sportivi che hanno avuto nelle loro brillanti carriere dei momenti di crisi, con e senza rinascita successiva. La sua vicenda personale è entrata nella storia delo sport (e non solo) e continua ancora oggi a far discutere. Ripercorriamola insieme.

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La verità sul caso Lance Armstrong

Era l’ottobre del 1996 quando la carriera del ciclista Lance Edward Armstrong (classe 1971) fu stravolta da un cancro ai testicoli (carcinoma embrionale) in fase avanzata al terzo stadio, con metastasi ad addome, polmoni e cervello. Fortunatamente, nel 1998 l’atleta riuscì a sconfiggere la malattia e, per tale motivo, diventò un simbolo della lotta contro il tumore, da lui sostenuta con numerose iniziative (tra cui la Lance Armstrong Foundation, finanziata con il noto braccialetto Livestrong). Il Nostro tornò alle gare nel 1998 vincendo il Giro del Lussemburgo e piazzandosi quarto nella classifica finale della Vuelta a España. Ma, lungi dal sentirsi arrivato, Armstrong pianificò assieme al suo direttore sportivo Johan Bruyneel un nuovo obiettivo ambizioso: vincere 7 Tour de France di fila. Ci riuscì.

Il problema è che anni dopo perse tutti i suoi titoli a causa delle note inchieste sul doping. Il 24 agosto 2012 l’USADA (United States Anti-Doping Agency) comunicò ufficialmente la decisione di squalificare a vita Lance Armstrong, cui tolse tutti i risultati sportivi ottenuti dal 1998 in poi. L’agenzia antidoping sostenne di avere prove schiaccianti e accusò il corridore di aver fatto sistematico uso di sostanze dopanti (eritropoietina, testosterone e corticosteroidi) durante la sua carriera. Nonostante ciò, Armstrong rinunciò ufficialmente a difendersi di fronte alle accuse. All’agenzia antidoping statunitense si sono accodate prima l’Unione Ciclistica Internazionale, che il 22 ottobre 2012 gli ha ufficialmente tolto tutti i successi conseguiti dal 1º agosto 1998, poi anche il CIO, che il 17 gennaio 2013 gli ha revocato il bronzo olimpico a cronometro conquistato nel 2000 a Sydney.

Col senno di poi, l’ex corridore texano, reo confesso, ha spiegato che la pratica del doping era così diffusa che era quasi impossibile farne a meno: “Sapevo che si sarebbe combattuto coi coltelli, non solo con i pugni. Ma un giorno la gente ha iniziato a tirare fuori pure le pistole. E a quel punto sono andato anch’io a comprarle, non volevo tornarmene a casa. Non voglio giustificarmi col fatto che tutti si dopavano o che non avremmo mai potuto vincere senza. È tutto vero ma alla fine è stata una mia decisione, sono stato io a decidere di fare quello che ho fatto. E non volevo tornarmene a casa, volevo stare lì”.

“Non cambierei nulla, non cambierei il modo in cui mi sono comportato – ha aggiunto Armstrong – . Soprattutto non cambierei quello che ho imparato: non avrei appreso tutte queste lezioni se non mi fossi comportato in quel modo, non avrebbero indagato su di me né mi avrebbero squalificato se non avessi fatto quello che ho fatto. Se mi fossi solo dopato e non avessi detto nulla, non sarebbe successo niente. Sono stato io a supplicarli di indagarmi, ho fatto da facile bersaglio”. E ancora: “In quegli anni abbiamo fatto quello che dovevamo fare per vincere. Non era legale ma non cambierei nulla, anche se ci sto rimettendo un mucchio di soldi e da eroe sono diventato il cattivo della situazione. È stato un errore, che ha portato a molti altri errori, al più grande scandalo nella storia dello sport. Ma ho imparato tanto”.

EDS