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Condannato per gli due omicidi di Sergio Gori e di Alfredo Albanese, l’ex brigatista Michele Galati decise di collaborare con la giustizia e fu determinante per l’arresto di una quarantina di militanti.

Ai più giovani il suo nome dirà ben poco, ma Michele Galati fu per anni al centro delle cronache nella periodo buio del terrorismo delle Brigate Rosse. Oggi torna sotto i riflettori dell’attualità per tutt’altra circostanza; è infatti venuto a mancare. Si è spento oggi dopo una malattia a Verona, dove era nato. Non aveva mai voluto cambiare nome e, dopo una decina di anni trascorsi in carcere (fu condannato per due omicidi), era tornato a vivere nella città scaligera. La detenzione era stata breve, rispetto ai delitti di cui era colpevole, perché usufruì della legge sui pentiti. A Mestre, per gli omicidi di Gori e Albanese, venne condannato a 16 anni di carcere.

Quasi quarant’anni fa Michele Galati fu uno dei principali esponenti della colonna veneta “Cecilia Ludmann” delle Br e venne condannato per gli omicidi del direttore del Petrolchimico di Porto Marghera Sergio Gori e del commissario della Digos di Venezia Alfredo Albanese (avvenuti nel 1980). Fu poi uno dei primi pentiti del terrorismo rosso, collaborò con la giustizia e fece trovare la prigione dov’era nascosto il generale americano James Lee Dozier rapito dalle Brigate Rosse a Verona nel dicembre 1981 e liberato dopo circa un mese a Padova.

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Il “pesce piccolo” che non voleva parlare

In una prima fase Michele Galati contribuì all’arresto di una quarantina di militanti brigatisti; poi, nel corso degli interrogatori con il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni, indicò la Scuola di lingue parigina Hyperion come una sorta di “centrale” del terrorismo internazionale, e in tal modo contribuì ad allargare l’inchiesta sui rapporti tra le Br e i vertici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) che avevano fornito armi ai terroristi italiani.

E dire che all’inizio Michele Galati, ritenuto un pesce piccolo, non voleva aprire bocca. La Polizia mise sotto controllo il fratello Paolo, che si decise a collaborare perché gli fu fatto capire che se avesse aiutato gli inquirenti, Michele ne avrebbe avuto un beneficio in termini di pena. Fece una quindicina di nomi e subito scattò un blitz delle forze dell’ordine, durante il quale vennero eseguiti i primi arresti. In un covo veronese fu trovato Ruggero Volinia, membro della struttura logistica delle Br. Proprio lui, dopo essere “crollato”, indicò l’appartamento di Padova, dal quale Dozier fu poi liberato.

EDS