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bambino
Facundo Serrato (EL Clarin)

Investe e uccide un bambino di 5 anni, non farà un giorno di carcere. 

Il fatto risale a 8 anni fa ed è avvenuto a Buenos Aires. Carlos Veròn guidava un autobus del trasporto pubblico e nel tardo pomeriggio del 20 luglio 2010 il suo destino si incrociò drammaticamente con quello di una famiglia e in particolare di un bambino di 5 anni. Il piccolo Facundo era appena uscito dallo studio del pediatra insieme alla mamma e alla sorella quando  mentre attraversavano le strisce pedonali tutti e tre sono stati travolti dal bus che è passato col rosso e arrivava a folle velocità.

Il bimbo preso in pieno morì sul colpo. La madre Cecilia riportò una frattura alla gamba mentre la sorellina Eugenia subì una frattura al cranio che la costrinse a subire 17 operazioni chirurgiche. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti l’autista aveva fretta di finire il turno e, come riportato da numerosi testimoni, aveva iniziato a correre all’impazzata tanto che anche i passeggeri a bordo gli avevano chiesto di frenare e moderare la velocità.

L’uomo, riconosciuto colpevole per la sua negligenza, è stato condannato a quattro anni e tre mesi di carcere. Ma incredibilmente per una serie di ritardi e cavilli legali e burocratici non ha fatto e non farà mai nemmeno un giorno di galera. Gustavo Serrato, il papà del povero Facundo, spiega: “Passo più tempo io di lui, nei commissariati e nei tribunali. Non faccio altro che firmare documenti e presentare ricorsi, ma la lentezza della burocrazia di questo paese è imbarazzante. Ho chiesto la carcerazione di Veròn allo stesso tribunale che l’ha condannato, ma hanno respinto la mia richiesta. Ha fatto l’ultimo ricorso possibile, quello alla Corte Suprema, ed ora dobbiamo attendere un calendario fatto da quattro diverse udienze per sapere se potremo avere giustizia. Dopo tutto questo tempo”.

“Eugenia oggi ha otto anni e mi chiede sempre: “Perché non è in carcere se ha ammazzato mio fratello?”. Lei, come me e mia moglie, ha bisogno di una risposta. Io non so spiegarle perché questo paese ha una burocrazia così infernale, ma finché non avrò giustizia non smetterò di indossare la maglia con mio figlio e passare le ore nel punto in cui me l’hanno portato via. Qui, però, se la nostra famiglia non riuscirà ad ottenere giustizia, fallisce anche lo Stato”. 

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