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Rosita
(Archivio)

Rosita, suicida a 16 anni: “Umiliata e denigrata dai genitori”, è colpa loro. 

Aveva colpito molto la storia di Rosita Raffoni, una ragazza di 16 anni che si è suicidata il 17 giugno 2014 lanciandosi dal tetto della sua scuola. E colpisce ancora di più ora che ormai sono acclarate le gravissime colpe dei suoi genitori da lei stessa accusati pesantemente in alcune lettere lasciate prima del suo gesto estremo.

La condanna dei genitori: ecco cosa hanno fatto

Roberto Raffoni e Rosita Cenni sono stati condannati a 3 anni e 4 mesi di carcere dalla Corte d’Assise di Forlì con l’accusa di maltrattamenti. Le motivazioni della sentenza recitano così: “Il maltrattamento emergeva a fronte di una mal intesa funzione genitoriale, svolta dai coniugi Raffoni sulla base di agiti ed omissioni disfunzionali che esponevano la figlia ad un contesto traumatico cronico, costellato da incertezze e frustrazioni, isolamento totale, umiliazioni e denigrazioni della dignità umana, negazione del ruolo di figlia e di appartenenza al nucleo familiare”. 

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Ecco alcuni passaggi da brividi dell’interrogatorio al papà della povera ragazza

È vero che lei come primogenito preferiva un maschio, signor Raffoni?«Sì. Ma solo perché nel nostro ordinamento il cognome viene trasmesso per via paterna…».

Rosita alle amiche scriveva: ‘Vivo in un buco di c… di posto… Facciamo una vita da morti di fame solo perché mio padre è un nullafacente… Andasse a lavorare…’. «A mia figlia non è mai mancato nulla…».

Quindi lei s’inventava tutto? «Non lo so… Ma noi non facevamo una vita da morti di fame…».(Poi il pm incalza l’imputato: due giorni prima del suicidio i genitori scoprono che Rosita ha rubato lo smartphone del padre per chattare con le amiche, perché non aveva il cellulare con whatsapp) «Per me e mia moglie fu uno choc scoprire che nostra figlia era una ladra… Aveva di colpo perso tutta la nostra fiducia… Le dicemmo che così non sarebbe andata in Cina per studio… Allora lei replicò dicendo: ‘Se non vado più in Cina mi butto dal liceo’…».

È vero che il giorno dopo quando Rosita tornò a casa lei la accolse dicendo: ‘Ah sei ancora qui… Quindi non ti sei buttata dal liceo’? «Sì.. ma era solo una battuta…».

Ma si rende conto che questa è una battuta quantomeno infelice? «Sì… ma era una battuta…».

Inquietante anche il racconto di una delle zie di Rosita: “«Io ho saputo del fatto solo il giorno dopo… Mio fratello si presenta a casa mia all’improvviso… la mattina presto… Mi racconta il fatto… Io resto senza parole… Lui invece dice che ha bisogno di me per il riconoscimento del corpo in obitorio… Io non capisco… E tua moglie?, gli chiedo… È andata a scuola a lavorare, mi risponde lui… è in una importante commissione d’esame, continua… Io non capisco… Ma come, gli chiedo, sua figlia s’è suicidata e lei va a lavorare?… Lui non risponde, dice che ha bisogno di me… Io accetto… Ma poi Roberto dice che deve andare a prendere sua moglie a scuola… Incontro la moglie di mio fratello in obitorio… Cerco di abbracciarla, ma lei si tira indietro… E alla fine mia nipote non sono riuscita a vederla… Mio fratello? Mi dice che Rosita era sempre scontenta, che non le andava mai bene niente… e poi comincia a raccontarmi del telefono rubato… D’altronde lui è sempre stato molto rigido… diceva sempre che in famiglia bastava un solo stipendio se si evitavano le cose frivole… la sera accendevano le candele per risparmiare la luce… ecco perché lui aveva smesso di lavorare… Perché ha chiamato la figlia come la moglie? Perché la moglie, Rosita, è l’unico amore della sua vita…»