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Adriano
Adriano Leite Ribeiro (Getty Images)

Dopo tanti anni l’ex campione dell’Inter, Adriano, racconta cos’è che ha bruciato il suo immenso talento prima del tempo

Si presentò al mondo in una calda estate del 2001. Amichevole pre-campionato, stadio Santiago Bernabeu, Real Madrid-Inter. Ad un certo punto la porta delle merengues fu buttata giù da un ragazzo di 19 anni in maglia interista che si presentò a calciare una punizione dal limite. Il pallone non lo vediamo neppure partire, lo vediamo soltanto schiantarsi nella porta difesa da Casillas. Sono stati anni di fuoco per Adriano Leite Ribeiro, talento brasiliano classe 1982, uno dei più grandi sprechi della storia del calcio. Il breve prestito alla Fiorentina e poi l’esplosione a Parma, che gli consentì il ritorno all’Inter dalla porta principale. Poi però qualcosa si ruppe e Adriano non rese mai quanto sperato, diventando via via un peso fino a scomparire del tutto dalla scena del calcio mondiale: nel 2007, a soli 25 anni, il primo ritorno in patria al San Paolo, il primo di una lunga serie che di fatto mise il punto in anticipo ad una carriera mai decollata realmente, rimasta solo stracarica di enormi potenzialità.

Un ragazzo fragile, sensibile e pieno di problemi, con un punto di svolta che ha anche una data precisa: 3 agosto 2004, quando morì il padre e lo gettò in una spirale di depressione ed eccessi. Ora Adriano decide di raccontarsi alla rivista brasiliana R7 e narra di quegli anni terribili, sospesi fra grande successo e grande depressione.

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Inter, Adriano racconta il suo calvario: “Ero depresso e bevevo”

Adriano
Adriano Leite Ribeiro (Getty Images)

Che bevesse fino a distruggersi non è mai stato un mistero. Tutti nel mondo del calcio sapevano del vizio di Adriano, compresi i tanti tifosi che all’inizio si chiedevano perché un calciatore del genere non giocasse come doveva. Poi si è capito, e naturalmente si è saputo anche il perché. Ma ora, dopo tanti anni, è lo stesso Adriano a raccontare quei momenti terribili: “Solo io so cosa ho passato e quanto ho sofferto. La morte di mio padre mi ha segnato, mi ha lasciato un vuoto incolmabile. Mi sentivo solo, mi sono isolato, ero triste e depresso e la situazione peggiorava giorno per giorno. Ho iniziato a bere, nell’alcool credevo di trovare la felicità. Bevevo ogni notte: vino, vodka e tantissima birra.

Nascondere la dipendenza era impossibile, arrivato agli allenamenti con l’Inter ubriaco e il club mi faceva dormire in infermeria. Non giocavo e mi coprivano parlando di problemi muscolari, ma il problema è che ero sempre ubriaco”. Una storia brutta, fomentata anche dai tanti falsi amici che girano intorno a questi ragazzi troppo ricchi e troppo famosi per rendersi conto di cosa sta accadendo: “Ero circondato da presunti amici che mi portavano a feste con donne e alcool, senza pensare al mio bene. Quando sono tornato in Brasile ho ritrovato la serenità. Ho rinunciato a tanti milioni, ma con quei soldi mi sono comprato la felicità”. Che in fondo è l’unica cosa che conta. Anche se hai dalla tua un talento sconfinato.