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(Screenshot)

Si chiamava Nadia Pulvirenti ed aveva 25 anni la terapista uccisa il 24 gennaio 2017 da un paziente della comunità di Brescia. Il primo processo contro Abderrhaim El Mouckhtari lo vede assolto per infermità mentale e la famiglia della ragazza non accetta il verdetto.

I genitori di Nadia Pulvirenti, 25 anni, uccisa a gennaio del 2017 nella comunità di Clarabella di Iseo, dopo il processo di Brescia che ha visto assolvere il paziente Abderrahim el Mouckhtari non si danno pace.

“Quell’animale non si farà nemmeno un giorno di galera. Il concetto che passa con questa sentenza di assoluzione è che se vieni considerato matto puoi fare qualsiasi cosa senza che ti possa succedere niente”, afferma il padre di Nadia, Savino Pulvirenti.

Nadia entrò, in qualità di terapeuta, in una stanza da sola con un uomo già indicato come violento ed instabile e venne accoltellata ripetutamente ma, l’uomo di 55 anni e di origini marocchine che seguiva un percorso psichiatrico nella comunità di Clarabella di Iseo è stato assolto dal gup del tribunale di Brescia.

La sentenza emessa dai giudici per il paziente ha riconosciuto l’imputato come incapace di intendere e di volere e lo ha indirizzato presso una struttura Rems, ex ospedale psichiatrico giudiziario, per 10 anni.

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La pericolosità dell’uomo si era già manifestata 

Giuseppa e Savino Pulvirenti hanno dichiaratate dopo la sentenza:

“Doveva essere riconosciuta la seminfermità: qualche mese prima aveva già tentato di aggredire un altro ospite della comunità ed era in una fase di stabilità mentale. Le responsabilità sono anche di chi lo ha seguito da un punto di vista medico e non ha garantito la sicurezza di Nadia che si è trovata da sola in una stanza con un orco di due metri”

La respostabilità dell’accaduto, dunque, va imputata anche al paziente ma, soprattutto, a coloro che non hanno garantito la sicurezza di una ragazza di soli 25 anni, esposta da sola ad un pericolo conclamato. Molti, infatti, gli elementi che devono ancora essere chiariti riguardo la vicenda, fra i quali il motivo per cui la ragazza non fosse stata accompagnata da un collega ad affrontare le problematiche di un paziente così difficoltoso e perchè, soprattutto, il paziente avesse a disposizione un’arma bianca in un centro di recupero. La comunità si occupa di rendere i suoi pazienti abili al lavoro, soprattutto manuale e a contatto con la natura, e li aiuta nella gestione della propria indipendenza, per quanto possibile, ma il paziente in questione, di origini marocchine ma immigrato regolare ormai da anni, nei 5 anni di permanenza nel centro aveva già ampiamente manifestato la sua vena aggressiva.

Abderrahim el Mouckhtari, infatti, aveva già trascorso, un anno fa, un periodo di stretta osservazione nell’opg di Montelupo Fiorentino per la sua conclamata instabilità psichica che, spesso, si era trasformata in violenza immotivata.

La Procura di Brescia ha aperto un’inchiesta nei confronti di 7 persone, tra medici e personale responsabile del centro di recupero in cui Nadia lavorava, con l’accusa di concorso colposo in un reato doloso. Il sostituto procurato Enrica Battaglia sta indagando per accertare l’ipotesi di reato e, ad indagini concluse, si avrà una sentenza che attesti, o meno, responsabilità e negligenza che hanno portato alla morte della giovane.

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Anche secondo i genitori di Nadia Pulvirenti la morte della loro figlia è dovuta, principalmente, a comportamenti professionali discutibili da parte dei superiori della giovane ed al non rispetto dei protocolli di sicurezza:

”Dovevano essere in due quel giorno nell’appartamento della comunità in cui è avvenuto l’omicidio. Nadia non poteva essere lasciata sola” “Perché quell’uomo poteva avere nella stanza in cui viveva dei coltelli? Quei diciannove colpi inferti meritavano un prezzo differente. Nostra figlia non ce la ridà più nessuno”.

L’inchiesta è ancora in corso ma, certamente, qualcuno dovrà rispondere a queste loro domande e pagare per una tragedia che poteva essere evitata.

Marta Colanera