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Blog – Il Cammino di Santiago -Prima tappa: Fra sogni e dolori

giovedì, 18 agosto 2011

Santiago de Compostela ( foto dal web)

BLOG CAMMINO DI SANTIAGO PRIMA TAPPA RONCISVALLE ZUBIRI / ZUBIRI (Spagna) – ‘Il viaggio comincia nel momento in cui apri la porta con lo zaino in spalla’, mi ha detto una persona per me importante e, soprendentemente, assai saggia.  Ed e’ li’ in quel momento, in cui lasci tutto alle spalle per tuffarti in una nuova avventura, che ha inizio il tuo Cammino.

Ma prima di partire ci sono i saluti. Prima che  un aereo ti trasporti  a chilometri di distanza ci sono da dire dei ‘ciao’ che pesano come macigni. Quell’emozione della fine e dell’inizio racchiusa in quattro lettere, quella suggestione di felice malinconia che solo i luoghi delle partenze sanno darti. Con un abbraccio lunghissimo, ma purtroppo sempre troppo breve, ho salutato. D’ora in poi avro’ solo tre amici: le mie gambe, il mio zaino e la mia guida.

Con un’insensata e ottimistica fiducia nelle mie possibilita’ canto con allegria per le vie di Saragozza, con altrettanta ilarita’ (sempre piuttosto insensata e mal compresa dagli spagnoli) mi aggiro per Pamplona. Con spirito di solidarieta’ ed amore per l’avventura salgo su quel pullman carico di pellegrini in direzione Roncisvalles. Ma man mano che l’autobus si inerpica per le montagne, man mano che abbandoniamo la civilta’, mano  a mano che ci avviciniamo alla partenza del Cammino, quell’allegria (d’altronde lo avevo detto che era insensata) sparisce.

Lo spettacolo che si apre davanti ai miei occhi e’ meraviglioso ed affascinante, ma illuminanto da luci sinistre. La nebbia e la pioggia avvolgono Roncisvalles,questo gioiellino medievale alle pendici dei Pirenei, rendendolo affascinante, ma allo stesso tempo capace di aprire una voragine nella mia anima e nelle mie certezze: che dianime ci faccio qui? Intorno a me gruppi felici di pellegrini: tutti sembrano sapere cosa devono fare, perche’ sono li, qual e’ la loro missione nel mondo. Non sembrano spaventati da nulla, nemmeno da quel cartello che indica ‘Santiago de Compostela 790 km’.

E in questi casi, quando lo sconforto sembra prendere il soppravvento, quando non ci sono soluzioni a portata, quando una telefonata amica aiuta ma non risolve, quando sai che puoi contare solo su di te, c’ e’ un’unica soluzione: bere! ‘Alcool, unica sostanza in cui il super ego e’ solubile, aiutami tu’. Dando l’impressione di essere un’alpina, piuttosto che una giornalista pellegrina, durante la cena mi verso numerosi bicchieri di vino rosso giustificando un atteggiamento cosi’ deprecabile con la scusa che ‘necesito de tinto para dormir’ (ovvero ‘ho bisogno di vino per dormire meglio’, ma dagli sguardi non credo mi abbiano creduto).

La notte dei pellegrini si svolge in degli albergue, ossia degli ostelli con letti a castello in cui vige la regola che si spegne la luce alle 22 e si riaccende alle 6. Alle 22? Ma non mi basta una bottiglia di vino per addormentarmi a quell’ora! Non mi ricordo una notte della mia vita in cui mi sono coricata cosi’ presto! No, no, bisogna uscire dall’ottica quotidiana: siamo pellegrini, qui non c’e’ niente di quello a cui siamo abituati. Nemmeno gli orari.

L’albergue pero’ è’ splendido: un’antico convento in pietra con archi a volta. Ha un sapore di antico, di millenni, di anime e di speranze, di veri pellegrini con il bastone di legno.

Dopo quattro chiacchiere scambiate con un italiano e’ tempo di ‘buttarsi in branda’ e farsi venire un po’ di sonno. Certo, il russare dei pellegrini disturba non poco, ma – non sono sprovveduta – i tappi per le orecchie aiutano. Con la mente verso montagne verdi e boschi di abeti e con una ritrovata fiducia nelle mie possibilita’, mi faccio avvolgere da Morfeo.

18 Agosto – Sveglia Pellegrini sono le 6! Le luci impietose interrompono ogni mio sogno di gloria da ‘peregrina’. Ma non cedo, rimango a sonnecchiare e ad immaginarmi una colazione luculliana. Cosa che avviene alle 7.30, quando dopo una breve preparazione con il mio fido zaino sulle spalle mi affaccio sul mio primo giorno da pellegrina. Il paesaggio davanti ai miei occhi e’ incantevole, cosi’ come il mio genuino stupore davanti alla bellezza della natura, davanti al chiarore dell’alba, davanti a quel sentiero che non so dove mi portera’.

Con i pugni fra le mani (pugno e’ il manico del bastone da trekking in spagnolo, ma la dice lunga sulla sensazione) mi sento sufficientemente  forte e innamorata della vita da poter affrontare qualsiasi distanza. Mentre ammiro paesaggi e cerco  invano di far conversazione (e’ appurato: anche i pellegrini di prima mattina sono poco socievoli) mi rendo conto dell’immensita’ che ci circonda e di cui non ci accorgiamo. E soprattutto sento l’immensita’ che vive in me di cui pero’, quasi mai mi rendo conto di avere. In un attimo mi chiedo il perche’ dei conflitti, di quelli interiori e di quelli esterni, mi accorgo della loro inutilita’, di quanto si possa vivere in armonia con se’ stessi e con il mondo. Di quanto sia piu’ facile ridere che arrabbiarsi, di quanto sia importante non smettere mai di avere fiducia nel domani. Di quanto l’amore riesca ad arricchirmi anche quando mi uccide. E mi accorgo di quanto sia importante avere sempre – me lo ha insegnato una persona speciale – gratitudine alla vita.

Ma la filosofia lascia poi spazio alla stanchezza fisica. I metri improvvisamente diventano chilometri, le salite montagne infinite, le discese scivoli per l’inferno. Gli ultimi tre chilometri durano un’infinita. Mi trascino e vengo perfino presa in giro da signore avanti con gli anni che mi urlano ‘Animo!’.

Passo il ponte de la Rabia: sono a Zubiri. Ce l’ho fatta! Ho compiuto la prima tappa! Ma la priorita’ non e’ gongolarsi nel proprio primato (coperto fra l’altro da vispi 70enni spocchiosi nella loro velocita’ e nell’apparente integrita’ fisica), ma rifocillarsi.

Posto letto, cibo e doccia. Una birra che non fa mai male (va be il fegato sopporta), qualche telefonata che riempie e il cuore e la mente puo’ correre libera verso la seconda tappa.

Domani si torna a camminare e se le gambe e i piedi sono d’accordo arrivero’ a Pamplona. Ma prima cè’ una notte spagnola che deve passare.

Una notte che sara’ allietata da un bicchiere di vino tinto (va be’ lo ammetto saranno un paio, forse tre) e che passero’ guardando il cielo. Qui, in questo minuscolo paesino, circondata da una rigogliosa natura potro’ ammirare le stelle. Ma non mi servira’ vederne milioni, a me basta vedere che c’e’ e brilla ancora  la mia ‘stellina’. E spero che lungo il Cammino di Santiago de Compostela, ossia campo di Stelle, forse sara’ piu’ facile vederla e chissa’ magari il desiderio che gli affido avra’ piu’ possibilita’ di essere realizzato. Io lo spero.

Utreja!

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